GALATONE AMORE MIO
IL FRANTOIO DEL PALAZZO MARCHESALE E L’ ENIGMATICA STRUTTURA ULTIMAMENTE VENUTA ALLA LUCE. di Vittorio Zacchino
Da alcune settimane l’attenzione è rivolta alla struttura ritrovata nel giardino del Palazzo Marchesale e non ancora identificata con sicurezza.
Si tratta chiaramente di struttura connessa in qualche maniera alla vita all’interno del grandioso frantoio oleario in corso di recupero, scavata nella roccia sul retro del frantoio stesso.
Ad osservarne, con attenzione, le immagini disponibili, ci pare di poter dire che non può essere latrina, come pensa l’esimio archeologo Paul Arthur, anche per via della presenza del grosso pozzo nero, servizio immancabile in un posto aperto giorno e notte per la molitura delle olive.
Ne risulta quindi rafforzata l’ipotesi di una struttura per la cottura dei cibi, una struttura in muratura circolare, con nucleo centrale per il fuoco collegato a dodici fornelli laterali. Una struttura in grado di garantire pasti in ore diverse a decine e decine di operai impegnati in più turni .
E’ importante però che il prof. Arthur la ritenga (e la dati ) otto-novecentesca. Infatti questa datazione corregge ,automaticamente, l’idea fuorviante di un trappeto feudale e settecentesco, come si va dicendo scrivendo in questi giorni.
Il suddetto camino a più fuochi, infatti, non sarebbe servito in un normale trappeto feudale dove i cibi venivano portati direttamente da casa, anche per iniziativa dei proprietari delle olive in corso di molitura.(Vedi in proposito le pagine di Salvatore Bacile, di Francesco Bernardini, Giuseppe Palumbo ecc.).
Nel caso nostro si trattava di ben altro. Si trattava di un’impresa industriale, che come le aziende odierne doveva disporre di un’organizzazione di tipo aziendale anche per il pranzi. Quindi di un dispositivo per decine e decine di persone che consumavano a turno i propri pasti.
Il Frantoio del Palazzo Marchesale fu infatti la più grande impresa industriale della provincia impiantata a metà Ottocento per conto del principe Angelo Granito di Belmonte.
La legge che aboliva la feudalità era stata emanata da Re Giuseppe Bonaparte il 2 agosto 1806, e sia pure lentamente gli ex Baroni avevano perduto i loro feudi. Ma erano rimasti pur sempre padroni in proprio di estesi vigneti e di vasti oliveti. Fu perciò che a metà dell’800 Angelo Granito,erede dei Pignatelli, tramite il proprio agente generale, un manager dell’epoca, impiantò un importante stabilimento per la fabbricazione del vino a Copertino, e uno stabilimento per la fabbricazione dell’olio qui a Galatone. E precisamente nel frantoio oleario di via Garibaldi.
Sono informazioni già note da tempo, e perfino usate, ma a quanto pare dimenticate.
Il Frantoio sorge qualche anno prima del 1850; le mie ricerche in corso lo dimostreranno appena completate.
Posso dirvi fin da ora che l’Agente Generale dei Granito, Luigi Semola, un tecnico otrantino di grande valore, si era stabilito qui a Galatone prima del 1844 per organizzare l’impianto.
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Lo dimostrano i seguenti documenti:
A - Il 15 aprile 1845 il Semola acquista da Arcangela Casaluci, per la somma di ducati 15,90, “un piccola casamento diruto sito nell’abitato di Galatone in contrada Vico Marangia Isola Castello, che attacca con le case di Antonio Mazzarella da scirocco e da borea col giardinetto dell’Eccell.ma Casa Belmonte, con una porta che ha l’uscita al detto Vico Marangia.” (Atto Not. T.Susanna).
B - il 18 giugno 1845 il medesimo Semola acquista da Rizzo Giuseppe, per la somma di ducati 200, una“rimessa sita nell’isolato del castello composta di un solo lamione e la mangiatoia di cavalli al di dentro attaccante col castello del Principe di Belmonte da scirocco e colla moraglia a levante”.(Atto Not. T.Susanna).
Si tratta di due spazi, che riguardano parte del fossato di Via Garibaldi, venduti in precedenza ai due privati, posti all’interno delle mura e confinanti con la grande stalla per 40 cavalli fabbricata da Cosimo Pinelli II verso gli anni ’70 del 600. contemporaneamente agli appartamenti nobili barocchi. Le due quote acquistate servono al tecnico per collegarle al giardino dei Granito e lì poter strutturare tutto lo stabilimento oleario.
Una testimonianza inoppugnabile, peraltro già nota, è la descrizione rilasciata 10 anni dopo dal memorialista gallipolino Giuseppe Castiglione autore della monografia Galatone composta per la collana “Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato” di Filippo Cirelli, Napoli 1855( e ristampata ventidue anni fa in Fonti per la Storia di Galaton a cura di V.Zacchino Galatina 1986)ma qui ancora sconosciuta ) .
Sta a pagina 93 e la riporto integralmente:”
Merita però particolare attenzione nel Comune che descriviamo il grandioso Stabilimento oleario di pertinenza del signor Principe di Belmonte. Gioverà dire alcunché sulla sua origine ed importanza. Nel 1845 il tanto noto per le migliorazioni introdotte in provincia in fatto di agricoltura,D.Luigi Semola,faceva costruire in Galatone un trappeto,che per le grandi proporzioni vien denominato Stabilimento del Principe di Belmonte,come ché fondato nel castello o antico palagio feudale di proprietà di esso signor Principe. Consiste in sedici vasche a due pietre,e cinque pressoi idraulici.Richiama detto Stabilimento la curiosità di tutta la provincia, essendo unico nel suo genere, e costruito con simetria,uniformità e regolari proporzioni, in modo che da qualunque punto l’invigiolatore può osservare ciò che fanno 64 operai, oltre altre a 100 e più persone che giornalmente ivi,al più ristretto numero, prendon parte all’estrazione dell’olio comune e degli olii fini. Nel tempo del pieno raccolto nella grande stalla si mantengono 48 muli per muovere le macine. Tutto si fa a suon di campanello, e con misura di tempo segnato dall’oriuolo. Lo stabilimento di giorno e di notte viene illuminato da 72 lumi a gas; solo esempio questo di illuminazione di tal fatta che finora esista in provincia”.
Una struttura di quelle proprorzioni, la prima storica impresa a livello industriale della provincia di Lecce - dove il tempo era segnato dall’oriuolo - era obbligata a darsi anche una struttura interna per garantire i pasti alla numerosa manodopera.
Si può consentire pertanto con l’Architetto Resta, essere la nostra misteriosa struttura una cucina per la confezione dei pasti, e col prof. Arthur, una realizzazione di epoca ottocentesca.
Ora due parole per chiarire perché non avrebbe potuto il frantoio essere trappeto feudale e settecentesco.
L’inventario dei “corpi feudali” di Galatone redatto nel 1567, alla morte del marchese Stefano Squarciafico, registrava fra gli ius baronali << trappite de macenare olive dudici con loro petre et fundi siti attorno la terra de Galatone >> e faceva obbligo ai possessori di olive dei territori infeudati di <<macerare loro olive in detti trappiti et pagare carlini quattro per ogni macenatura >> di 12 tomoli (circa 6 quintali).
Solo il clero osò opporvisi fabbricando un proprio trappeto in contrada San Vito, ma gli sgherri del neo marchese Giulio Cesare Squarciafico intervennero prontamente e lo distrussero nel dicembre 1581. Quanto detto può bastare a farsi un’idea della cospicua rendita che la corte marchesale traeva dalla molitura delle olive .
Ma l’11 agosto 1586, per porre fine alle annose controversie ancora in corso, la più democratica marchesa Livia Squarciafico stipulò un contratto di vendita con l’Università di Galatone (Amministrazione Comunale) in base al quale tratteneva per sé uno solo dei 12 trappeti, “lo trappeto vecchio della porta Castiello” ( esterno al Palazzo Marchesale che il 1603 era gestito da Matteo e Carlo Epifani per l’affitto di ducati 6), privandosi dei restanti 11 dislocati per lo più fuori porta S.Sebastiano i quali entrarono successivamente nel possesso di ricche e altolocate famiglie.
In cambio la marchesa otteneva un canone perpetuo di ducati 170 in tre rate trimestrali. Nei giorni seguenti il parlamento cittadino, composto da ben 160 cives, ratificò l’accordo a grande maggioranza, con alcune astensioni e solo 6 voti contrari. (Atto dell’11.8.1586 di Not.Santoro Marano di Napoli e Atto del 29.9.1586 di Not. Leonardo De Blasi di Matino firmati dalla marchesa Livia, dal marito Galeazzo Pinelli e dal figlio Cosimo Pinelli).
La convenzione recita testualmente: “desiderando essa Università vivere quietamente con detta illustre Signora Marchesa, e evitare non solo ogni lite futura, ma uscire dalla detta lite pendente, desidera che se gli vendano l’undeci trappeti della Marchional Corte con tutti fornimenti de legnami…. E che l’illustre Signora Marchesa non possa fare altri trappeti, né più pretendere lo jus prohjbendi, ma che detta Università, e suoi cittadini, e exteri e abitanti ne possano fare a loro libito ,e la Marchional Corte non si possa intromettere più in detti trappeti in nullo modo, né servirsi più de trappeti fatti, seu da farsi , solo di quello se li relassa del modo ut supra(trappeto vecchio di Porta Castello)per lo prezzo de li quali undeci trappeti detta Università offre di pagare a detta Sig.Marchesa e suoi eredi e successori, perpetuamente annui docati cento settanta in tre terze,e paghe di ciascun anno(…)Cfr. G.L.COSTA, Difesa dei possessori dei beni stabili delle terre di Galatone,Copertino, Veglie e Leverano, in provincia d’Otranto,Napoli 1751,Parag. 35-37).
Nonostante le liti accese nei secoli successivi il canone di 170 ducati relativo ai trappeti restò in vigore fino a parecchi anni dopo l’abolizione della feudalità ,e quasi fino alla metà del secolo XIX.
Ciò significa che fino a metà dell’Ottocento il Palazzo Marchesale non disponeva di alcun trappeto “feudale “ o “settecentesco”, né di alcun frantoio, anche se a partire dal 1586 e fino a metà Ottocento i feudatari qui succedutisi avevano seguitato a molire le olive baronali prodotte nelle contrade Palumbaro, Torre Nuova, Feudo Negro, Lo prieni, Furcignano (alberi 1980 nel 1567) nel menzionato trappeto vecchio di Porta Castiello.
La destinazione del magnifico Palazzo Marchesale, visitato di recente in compagnia dell’Ing. Giuseppe Leopizzi e del prof.Luigi Primordio, è faccenda vitale per questa città e per chi la dirige, e ci coinvolgerà prossimamente.