sabato, 30 maggio 2009

  NON  VI   E’ MEDIOEVO,  NE’ VERO NE’ FALSO                 

                                                                           di    Vittorio Zacchino

 

I Latini avrebbero detto Festinatio pessumdedit multos=L’impazienza nuoce a parecchi. Ma il detto popolare galatinese la muscia pi lla pressa fece li fili cicati    indubbiamente è una metafora assai più efficace perchè si presta meglio a fotografare  il rischio di   prendere fischi per fiaschi  da parte di chi  si fionda  a capo basso in qualche discussione, nella fregola di dire la sua. Senza aver bene riflettuto. E’ quanto non di rado capita al curatore di un blog nostrano  la cui ultima gaffe  è l’intervento veramente precipitoso  relativo alla gara di tiro alla balestra organizzata il 24 maggio u.s. da Giuseppe Manisco.

Siccome è storicamente documentato che i galatonesi del Cinquecento hanno fatto uso ed abuso della micidiale balestra, Manisco ha inteso  riproporre  pubblicamente, a beneficio dei concittadini, una gara fra contrade. Senza altri grilli per la testa. Nelle sue intenzioni non entravano a nessun titolo né il Medioevo, né Umberto Eco, né i Templari, né il Vescovo Fornari e naturalmente  non la chiesa della Grazia costruita il 1591, non il convento dei Minori Osservanti, che non è coevo della chiesa, bensì  realizzato nel 1674.

Purtroppo c’è chi , sentendo odore di Medioevo, si trasforma repentinamente in dotto cattedratico, ma, anzicché  far chiarezza, semina confusione e si lascia dietro più di un gattino cieco. E si  produce  in una  lezioncina   inopportuna, inutile, e del tutto fuori luogo.

Per offrire alla sua città quel che ha proposto , Manisco ci ha messo talento, tempo, e denaro di tasca propria, con qualche aiuto esterno, ma non certo del Palazzo che sembra nutrirsi esclusivamente del volontariato e della tasca dei cittadini, e pertanto si permette il lusso  di non avere alcuna politica culturale.

Manisco si è fatto prestare dei costumi, quelli che ha trovato, ha allenato delle persone per far divertire esse e la piazza. Senza la pretesa di scimmiottare il Medioevo, né l’intenzione di produrre falsi storici e nemmeno l’idea di dover sostenere  gli esami di storia medievale ad un novello burbanzoso Umberto Eco. Purtroppo a Galatone i professionisti e custodi della purezza del Medioevo non ci stanno.  Anche se giurano di essere tutt’altro che disfattisti. Preferiscono darsi la zappa sui piedi, ma non rinunziano a tacere. Sobrietà e prudenza non gli appartengono. Anzi se chiedono a Lazzaro di alzarsi, è solamente per poterlo ricacciare nella fossa. Strano paese questo nostro,  in cui chi  è animato dalla buona volontà e dall’entusiasmo di donarsi agli altri, anche a spese proprie, sia costretto a scontrarsi  con i censori e gli  inquisitori. Gli autentici  implacabili cesellatori del nulla che ti si mettono di traverso per programma. Perché? Per oscurare chi fa?

Ha scritto il sociologo Alberoni a proposito dell’invidia: << Nelle società stazionarie tutta l’aggressività viene impiegata non a superare l’altro, a far meglio di lui, ma ad abbatterlo, a schiacciarlo, a farlo fallire>>.  

 

 

 

postato da: vittzacchino alle ore 16:56 | Permalink |
categoria:
giovedì, 21 maggio 2009

 TIRARE E  CREPARE   DI  BALESTRA  A GALATONE  NEL CINQUECENTO

                                                                          di   Vittorio Zacchino

 

L’organizzazione di una gara di tiro alla balestra qui a Galatone, come quella ideata e promossa da Giuseppe Manisco, per domenica 24 maggio 2009 in Piazza SS.Crocefisso, non deve far pensare ad un’idea stravagante, ad una  trovata di carattere turistico, ad un capriccio volto ad attrarre curiosità. E’ invece storicamente dimostrato che, nel corso del ‘500, essa era un’arma molto diffusa in Terra d’Otranto e particolarmente qui a Galatone.

Come è noto la balestra è stata un’arma terrificante anche dopo l’introduzione della polvere da sparo  e gli stessi capitani di ventura, in qualunque territorio si trovassero a guerreggiare, ebbero alle proprie dipendenze  dei  reparti di balestrieri.

L’erudito Jacopo Antonio Ferrari, cinquecentesco autore di una storia di Lecce, volendo magnificare la superiorità della sua città in  ogni  campo, su tutte le altre del Mezzogiorno ad eccezione di Napoli capitale, scriveva nella Apologia Paradossica della Città di Lecce che questa primeggiava anche in campo militare. Sebbene con evidente  esagerazione, egli  scriveva testualmente “che tutti i cittadini nelle loro case sono provisti almeno di spade, archibusi, balestre, passatori, aste, ed espertissimi in maneggiarle, che ad un tocco di tamburo si vedono uscire subito in campagna tanto  “che paiono essere tutti soldati veterani assuefatti alle guerre”(p.519).

Se questa su Lecce è una annotazione  patriottica avente lo scopo di esaltare la bravura dei leccesi nell’arte del maneggio delle armi e della difesa della città contro i  nemici, a Galatone, come ora si potrà vedere, il possesso generalizzato e l’uso disinvolto e indiscriminato di armi offensive, soprattutto di balestre, non è legato a   scopi  militari e patriottici, almeno fino a prova contraria, ma è testimonianza di attività criminosa  e di  violente soppressioni di vite umane.

L’archivio parrocchiale della chiesa madre conserva un antico  registro di morti ( un obituario) dove sono stati annotati i decessi dei cittadini per il trentennio 1556 -1586: una messe di notizie di grande interesse  comunitario.

Il periodo in questione è quello in cui Galatone, con Copertino, Leverano e Veglie, fu   soggetta  al dominio baronale della famiglia Squarciafico di Genova, periodo  che si inaugurò nel 1556 col mercante Uberto Squarciafico, cui il 1562 succedette il figlio Stefano morto nel 1567, a questi il minore Giulio Cesare fino al 1582 con la tutela della zia materna Livia, la quale se ne assunse il dominio diretto alla morte del predetto nipote.

 Trentennio di vessazioni, violenze, sopraffazioni, rapine, regolamenti di conti, risolti generalmente con una micidiale balestrata.

Sono decine e decine gli assassinii che riempiono la cronaca del tempo dove regina incontrastata, sbrigativa e silenziosa, è  appunto la balestra, col suo dono di morte infallibile, procurato a distanza, per lo più da sicari che restano anonimi (quindi impuniti) perché  agiscono protetti da una certa distanza ed hanno tutto il tempo per dileguarsi. Soltanto in un caso l’arma del delitto è lo schioppo, in tutti gli altri, anche quando  non la si menziona esplicitamente, si tratta della devastante balestra.

Per restare ai fatti, abbiamo voluto qui riportare  unicamente i delitti  che il cronista   descrive come   inequivocabilmente eseguiti per mezzo di balestra:

Alla data del 27 Novembre 1562 si legge  che “ fu ammazzato Lupo Filoni  che fu menato con una balestra a Forcignano”.

Lo stesso accadde sabato 17 luglio 1563 a Ferrante Di  Paullo (De Paolo) alla cui vita pose fine una balestra.

Così il 24 Novembre 1569 quando morse Iacopo Gioranna et fu per causa li fu tirato con una balestra.

 E ancora il 5 gennaio 1574  la medesima sorte  toccò  a Cristallino figlio di Pietro Palomba il quale “fu ammazzato dentro lo tarpeto vecchio di la Porta di S.Antonio( è il Largo di S.Antonio Abate presso l’odiermo monumento ai caduti) con una botta di balestra”.

Gli altri crimini, se non nominano la balestra, la sottendono: essi vengono commessi per lo più in occasione di agguati e rapine, ma anche per vendette personali, nei confronti di persone appartenenti a famiglie  benestanti e altolocate, De Magistris, Megha, Scorrano, ecc. 

Tutti, immancabilmente, ci lasciano la pelle. Circa un secolo prima, probabilmente per una balestrata, anche il notaio Pietro De Ferrariis, padre dell’umanista Antonio Galateo era stato soppresso( interfectus) a Copertino  per  motivi  religiosi. E per mano di un qualche fanatico fondamentalista.

Gli esempi qui documentati, provano quindi che la balestra fu il mezzo più sicuro per mandare qualcuno all’altro mondo. Un’arma letale preferita dai galatonesi e molto presente nelle loro abitazioni.  E tuttavia  ci fu una persona  che riuscì a cavarsela: il sacerdote don Giovanni Greco di Galatone, arciprete di Aradeo.

Da una memorietta dell’archivio di stato di Avellino traggo che il  24 giugno 1567, lungo la strada che lo conduceva ad Aradeo, “strada pubblica et regale”, “fu tirata una balestrata con passaturo di ferro nel corpo di detto don Johanne archipreite  per mano di Lelio Ferraro…,lo qual passaturo entrò tutto in corpo di detto archipreite e per divino meracolo ni è remasto vivo”.

Di tale fattaccio sono noti la vittima, l’esecutore materiale, i complici, il movente.

Il retroscena parla di un chierico di confessione greca, Colella Ferraro, il quale gestiva una scuola di grammatica a Cutrofiano e dimenticando completamente la moglie di Galatone, si comportava come i pedofili del nostro tempo, in quanto “non esercitava  virtuosamente il suo offitio con li soi scholari, ed i parenti dei ragazzi, sospettando dei  suoi mali affari, pensavano di farli offesa”.

L’arciprete Greco, a sua volta, era indiziato di averne informato il vescovo di Nardò Giovan Battista Acquaviva il quale aveva immediatamente revocato al Ferraro la nomina di chierico e la licenza per l’ insegnamento.

Da qui l’appostamento dei fratelli Ferraro, la connivente protezione degli zii Palmerio e Francesco De Ferrariis i quali evidentemente non tolleravano l’infamia procurata al loro casato, l’attentato non riuscito ai danni dell’arciprete Greco. Il quale,incredibilmente, era stato capace di sopravvivere al  mortale verrettone, facendosi marameo della  balestra.

 

 

 

 

postato da: vittzacchino alle ore 09:31 | Permalink |
categoria:
martedì, 27 gennaio 2009

 

Giornata della Memoria

                

UN POPOLO  SENZA MEMORIA E’ UN  POPOLO  DI MORTI

                                                                            di  Vittorio Zacchino

Ritorna la Giornata della Memoria col pensiero univocamente rivolto alla Shoah, agli orrori del nazismo e alle vittime dei campi di sterminio,alle foibe triestine,alle leggi razziali del 1938,e via così. Anche noi ne abbiamo scritto una  pagina nel nostro libro Da Malacarne ad oggi(1407-2007)  per non dire del Convegno di studi Dopoguerra in Galatone e nel Salento  svolto qui a Galatone il 18 giugno 2005 (ora nei Quaderni della Biblioteca Comunale di Galatone) che raccoglie le memorie dei campi profughi  salentini,  e in particolare di Santa Maria al Bagno, degli ebrei,dei polacchi ,ed altro ancora.  Molto che si additava alla comune memoria,compresa la straordinaria Mostra  MEMORIE PER IL FUTURO  ricca di libri,di documenti,di ritratti dei grandi che  nel Dopoguerra avevano reso grande questa  Provincia, in ogni campo,insomma, i  Padri della Patria e della Democrazia.. Mostra  poi  conclusa col  magistrale, memorabile discorso tenuto da uno di quei padri: l’avv. VITTORIO  AYMONE.

  Torniamo alla Giornata della Memoria. Così fitta di  tremendi  flashback,di  interventi,di dibattiti, di comparsate televisive, di discorsi ufficiali,di articoli e servizi su giornali e riviste. Dove  il  concetto di memoria,come è anche giusto ma fino a un certo punto,  si  indirizza in una  unica direzione : la Shoah.

Una  comunità anche piccola ha un grande deposito di memoria con la quale essa  dovrebbe confrontarsi. Una memoria di uomini,di immagini,di monumenti,di libri,di case che non esistono più,tutto un insieme di situazioni che oggi tende ad evolvere, spesso,in maniera abnorme e distruttiva, una memoria di uomini e di donne sconosciuti che si trasforma in storia, come nel film Heimat di Edgar Reitz,o in tanti diari,romanzi, albums, racconti autobiografici.

Una riserva di passato  che riguarda la vita  di uno e di tanti,i paesi,i beni dell’arte e della cultura. Purtroppo oggi  siamo sempre più gente senza memoria,e quindi  paese privo di coscienza, complice dei vandali metropolitani che violentano il territorio,abbattono ed edificano,in nome di tutte le possibili speculazioni. L’uso della memoria avrebbe dovuto  e potuto tutelare il  centro storico e il paesaggio, far capire quanto valevano, al di là del  loro valore economico. E invece abbiamo chiuso gli occhi, talvolta per un obolo,”pi nna poscia ti fiche”. E abbiamo dato anche noi il nostro contributo all’oblio, abbiamo sdoganato il malaffare e  le continue rappresaglie alle regole, l’illegalità arroccata  anche dentro le istituzioni , l’ardire incontrastato dei furbetti di quartiere che tutto monetizzano sulla pelle degli altri, con la nostra apatia , la nostra vergognosa  indifferenza.

Perciò Memoria non significa solamente ricordare, non dimenticare, non rimuovere, non obliare. Significa rispettare la vita passata, nutrirla, ravvivarla, conoscere quel che è accaduto anche nel nostro microcosmo, impedire il ripetersi del male che c’è stato, ostacolare  speculazione e malaffare.

LA MEMORIA DEVE SERVIRE  PER CHI NON SA E VUOLE INVECE SAPERE,  MA ANCHE  PER CHI  SA E VUOLE CONSERVARE O RINNOVARE IL PATRIMONIO DI CIVILTA CHE LE  GENERAZIONI PRECEDENTI  CI HANNO  CONSEGNATO.

Diversamente - ha scritto Cesare Pavese - “quando un popolo non ha più senso vitale del suo passato, si spegne. La vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato. Si diventa creatori anche noi quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia.”

Forza . Diamo battaglia all’oblio.

 

 

 

 

 

postato da: vittzacchino alle ore 19:03 | Permalink |
categoria:
lunedì, 19 gennaio 2009

GALATONE AMORE MIO

 

 IL FRANTOIO DEL PALAZZO MARCHESALE  E  L’ ENIGMATICA STRUTTURA ULTIMAMENTE  VENUTA  ALLA LUCE.             di   Vittorio Zacchino

 

 

Da alcune settimane l’attenzione è rivolta alla struttura ritrovata nel giardino del Palazzo Marchesale e non ancora identificata con sicurezza.

Si tratta chiaramente di struttura connessa in qualche maniera alla vita all’interno del grandioso frantoio oleario in corso di recupero, scavata nella roccia sul retro del frantoio stesso.

Ad osservarne, con attenzione, le immagini disponibili, ci pare di poter dire che non può essere latrina, come pensa l’esimio archeologo Paul Arthur, anche per via della  presenza del  grosso pozzo nero, servizio immancabile  in un  posto aperto giorno e notte per la molitura delle olive.  

Ne risulta quindi rafforzata l’ipotesi di una struttura per la cottura dei cibi,  una struttura in muratura circolare, con nucleo centrale per il fuoco collegato a dodici fornelli laterali. Una struttura in grado di garantire pasti in ore diverse a decine e decine di operai  impegnati  in più turni .

E’ importante però che il prof. Arthur  la  ritenga (e la dati ) otto-novecentesca. Infatti  questa  datazione corregge ,automaticamente, l’idea fuorviante di un trappeto feudale e settecentesco, come si va dicendo scrivendo in questi  giorni.

Il  suddetto camino a più fuochi, infatti, non sarebbe servito in un normale trappeto feudale dove i cibi venivano portati direttamente da casa, anche per iniziativa dei proprietari delle olive in corso di molitura.(Vedi in proposito le pagine di  Salvatore Bacile, di Francesco Bernardini, Giuseppe Palumbo ecc.).   

Nel caso nostro si trattava di ben altro. Si trattava di un’impresa industriale, che come le aziende odierne  doveva disporre di un’organizzazione  di tipo aziendale anche per il pranzi. Quindi di un dispositivo per decine e decine di persone che consumavano a turno i propri pasti.

Il Frantoio del Palazzo Marchesale fu  infatti  la più grande impresa industriale della provincia impiantata a metà Ottocento per conto del principe Angelo Granito di Belmonte.

La legge che aboliva la feudalità era stata emanata da Re Giuseppe Bonaparte il 2 agosto 1806, e sia pure lentamente gli ex Baroni avevano perduto i loro feudi.  Ma erano rimasti  pur sempre padroni in proprio di estesi vigneti e di vasti oliveti. Fu perciò che a metà dell’800 Angelo Granito,erede dei Pignatelli, tramite il  proprio agente generale, un manager dell’epoca,  impiantò un importante stabilimento per la fabbricazione del vino a Copertino, e uno stabilimento per la fabbricazione dell’olio qui a Galatone. E precisamente nel frantoio oleario di via Garibaldi.

Sono informazioni già note da tempo, e perfino usate, ma a quanto pare dimenticate.

 Il Frantoio sorge qualche anno prima del 1850; le mie ricerche in corso lo dimostreranno appena completate.

Posso dirvi fin da ora che l’Agente Generale dei Granito, Luigi Semola, un tecnico otrantino di grande valore, si era stabilito qui a Galatone  prima del 1844 per organizzare l’impianto.

 

.

Lo dimostrano i seguenti documenti:

A - Il  15 aprile 1845 il Semola acquista da Arcangela Casaluci, per la somma di ducati 15,90, “un piccola casamento diruto sito nell’abitato di Galatone in contrada Vico Marangia Isola Castello, che attacca con le case di Antonio Mazzarella da scirocco e da borea col giardinetto dell’Eccell.ma Casa Belmonte, con una porta che ha l’uscita al detto Vico Marangia.” (Atto Not. T.Susanna).  

 B - il 18 giugno 1845  il medesimo Semola acquista da Rizzo Giuseppe, per la somma di ducati 200,  una“rimessa sita nell’isolato del castello composta di un solo lamione e la mangiatoia di cavalli al di dentro attaccante col castello del Principe di Belmonte da scirocco e colla moraglia a levante”.(Atto Not. T.Susanna).  

Si tratta di due spazi, che riguardano parte del fossato di Via Garibaldi, venduti in  precedenza ai due privati, posti all’interno delle mura e confinanti con la grande stalla per 40 cavalli fabbricata da Cosimo Pinelli II verso gli anni ’70 del 600. contemporaneamente agli appartamenti nobili barocchi. Le due quote acquistate servono al tecnico per  collegarle al giardino dei Granito e lì poter strutturare tutto  lo stabilimento oleario.

Una testimonianza  inoppugnabile, peraltro già nota, è  la descrizione rilasciata 10 anni dopo dal memorialista gallipolino Giuseppe Castiglione autore della monografia Galatone  composta per la collana “Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato” di Filippo Cirelli, Napoli 1855( e ristampata ventidue anni fa in Fonti per la Storia di Galaton a cura di V.Zacchino Galatina 1986)ma qui ancora sconosciuta ) .

Sta a pagina 93 e la riporto integralmente:”

 

Merita però particolare attenzione nel Comune che descriviamo il grandioso Stabilimento oleario di pertinenza del signor Principe di Belmonte. Gioverà dire alcunché sulla sua origine ed importanza. Nel 1845 il tanto noto per le migliorazioni introdotte in provincia in fatto di agricoltura,D.Luigi Semola,faceva costruire in Galatone un trappeto,che per le grandi proporzioni vien denominato Stabilimento del Principe di Belmonte,come ché fondato nel castello o antico palagio feudale di proprietà di esso signor Principe. Consiste in sedici vasche a due pietre,e cinque pressoi idraulici.Richiama detto Stabilimento la curiosità di tutta la provincia,  essendo unico nel suo genere, e costruito con simetria,uniformità e regolari proporzioni, in modo che da qualunque punto l’invigiolatore può osservare ciò che fanno 64 operai, oltre altre a 100 e più persone che giornalmente ivi,al più ristretto numero, prendon parte all’estrazione dell’olio comune e degli olii fini. Nel tempo del pieno raccolto nella grande stalla si mantengono  48 muli per muovere le macine. Tutto si fa a suon di campanello, e con misura di tempo segnato dall’oriuolo. Lo stabilimento di giorno e di notte viene illuminato da 72 lumi a gas; solo esempio questo di illuminazione di tal fatta che finora esista in provincia”.

 

Una  struttura di quelle proprorzioni, la prima storica impresa a livello industriale della provincia di Lecce - dove il tempo era segnato dall’oriuolo -  era obbligata a darsi  anche una struttura interna per   garantire i pasti alla numerosa manodopera.

Si può consentire pertanto  con l’Architetto Resta, essere la nostra misteriosa struttura una cucina per la confezione dei pasti, e col prof. Arthur, una realizzazione di epoca ottocentesca.

 

Ora due parole per chiarire perché non avrebbe potuto il frantoio essere trappeto feudale e settecentesco.

L’inventario dei “corpi feudali” di Galatone redatto nel 1567, alla morte del marchese Stefano Squarciafico, registrava fra gli ius baronali << trappite de macenare olive dudici  con loro petre et fundi siti attorno la terra de Galatone >> e faceva obbligo ai possessori di olive  dei territori infeudati  di <<macerare loro olive in detti trappiti et pagare carlini quattro per ogni macenatura >> di 12 tomoli  (circa 6 quintali).

Solo il clero osò opporvisi fabbricando un proprio trappeto in contrada San Vito, ma gli sgherri del neo marchese Giulio Cesare Squarciafico intervennero  prontamente e lo distrussero nel dicembre 1581. Quanto detto può bastare a farsi  un’idea della  cospicua  rendita che la corte marchesale  traeva dalla molitura delle olive .

Ma l’11 agosto 1586, per porre fine alle annose controversie ancora in corso, la più democratica marchesa Livia Squarciafico stipulò un contratto di vendita con l’Università di Galatone (Amministrazione Comunale) in base al quale  tratteneva per sé uno solo dei 12 trappeti, “lo trappeto vecchio della porta Castiello” ( esterno al Palazzo Marchesale che il 1603 era gestito da Matteo e Carlo Epifani  per l’affitto di ducati 6), privandosi  dei  restanti 11 dislocati per lo più fuori  porta  S.Sebastiano i quali entrarono successivamente nel possesso di ricche e altolocate famiglie.

In cambio la marchesa otteneva un canone perpetuo di ducati 170 in tre rate trimestrali.  Nei giorni seguenti  il parlamento cittadino, composto da ben 160 cives, ratificò l’accordo a grande maggioranza, con alcune astensioni e solo 6 voti contrari. (Atto dell’11.8.1586 di Not.Santoro Marano di Napoli e Atto del 29.9.1586 di Not. Leonardo De Blasi di Matino firmati dalla marchesa Livia, dal marito Galeazzo Pinelli e dal figlio Cosimo Pinelli).

La convenzione recita testualmente: “desiderando essa Università vivere quietamente con detta illustre Signora Marchesa, e evitare non solo ogni lite futura, ma uscire dalla detta lite pendente, desidera che se gli vendano l’undeci trappeti della Marchional Corte con tutti fornimenti de legnami…. E che l’illustre Signora Marchesa non possa fare altri trappeti, né più pretendere lo jus prohjbendi, ma che detta Università,  e suoi cittadini,  e exteri e abitanti ne possano fare a loro libito ,e la Marchional Corte non si possa intromettere più in detti trappeti in nullo modo, né servirsi più de trappeti fatti, seu da farsi , solo di quello se li relassa del modo ut supra(trappeto vecchio di Porta Castello)per lo prezzo de li quali undeci trappeti detta Università offre di pagare a detta Sig.Marchesa e suoi eredi e successori, perpetuamente annui docati cento settanta in tre terze,e paghe di ciascun anno(…)Cfr. G.L.COSTA, Difesa dei possessori dei beni stabili delle terre di Galatone,Copertino, Veglie e Leverano, in provincia d’Otranto,Napoli 1751,Parag. 35-37).

Nonostante le  liti  accese nei secoli successivi il canone di 170 ducati relativo ai trappeti restò in vigore fino a parecchi anni dopo l’abolizione della feudalità ,e quasi fino alla metà del secolo XIX.

Ciò significa che fino a metà dell’Ottocento  il Palazzo Marchesale non disponeva di alcun trappeto “feudale “ o “settecentesco”,  né di alcun frantoio, anche se a partire dal 1586 e fino a metà Ottocento i feudatari qui succedutisi avevano seguitato a molire le olive baronali prodotte nelle contrade Palumbaro, Torre Nuova, Feudo Negro, Lo prieni,  Furcignano (alberi 1980 nel 1567) nel menzionato trappeto  vecchio di Porta Castiello.  

La destinazione del magnifico Palazzo Marchesale, visitato di recente in compagnia dell’Ing. Giuseppe Leopizzi e del prof.Luigi Primordio, è  faccenda vitale per questa città e per chi la dirige, e ci coinvolgerà prossimamente.

 

 

 

postato da: vittzacchino alle ore 07:54 | Permalink |
categoria:
mercoledì, 14 gennaio 2009

IL LEADER

Riflessione di Vittorio Zacchino sul pezzo di G.D’Oria relativo alla Leadership del 9 gennaio                                                   

In altri tempi fu uno che godette di grande rispetto e fiducia  per la suggestione che suscitava in altri, l’autorevolezza, il concentrarsi di cultura, esperienza, determinazione, propositività, capacità di ascolto, decisionismo. Nella Cultura, l’Arte, la Moda, lo Sport, in ogni campo. Oggi  tutto questo non serve più: soprattutto in politica dove   suppliscono i soldi e i sondaggi, e massime  lu tammeddau( mi dai e ti do).  Si può essere scelti a far parte di liste elettorali e scaldare i banchi per l’intera legislatura, ed essere eletti anche ministri, rimanendo per lo più silenti per obbedienza, calcolo,disciplina di partito, contro gli interessi della propria gente. Specialmente nel Mezzogiorno, e qui da no,i dove si diventa inamovibili, come Iervolino, Bassolino, o altri ino, o come quel quidam de populo del Villari che potrebbe dare il nome ad un nuovo prodotto Attak, per l’infinito amore che continua a dimostrare alla  RAI, per l’attaccamento penoso ad una poltrona alla quale resterebbe incollato anche senza il culo.

Immaginare che certi soggetti possano lontanamente adombrare l’idea di lasciare è da mentecatti. Ma quando mai? Puoi perfino  arraffare quel che capita, fare affari con la camorra e la mafia, venire anche condannato, tanto  è pronta la prescrizione.

Anche qui da noi  si può arrivare al  potere municipale per una folle insipienza di antenati che ti allargarono la “strappigna”,assicurandoti  voti a iosa e l’elezione. Poi si va avanti anche qui con un infinito e populistico dammeddau.

Dove è la leadership?. Ammesso che la si sia posseduta in passato, e la si abbia conservata lungamente, anche facendo il regista occulto di operazioni regolarmente  sbagliate, causanti disastri a ripetizione, non si avrà mai il buon gusto di uscire di scena, perché si riterrà onninamente di essere il migliore, sia pure, come diceva Luzi, “protetto da vecchiaia e incerta valetudine”. Alla faccia del popolo bue.

 

 

postato da: vittzacchino alle ore 15:25 | Permalink |
categoria:
mercoledì, 14 gennaio 2009
contrastano” l’altro della propria rettitudine”
postato da: vittzacchino alle ore 15:22 | Permalink |
categoria:
martedì, 16 dicembre 2008

 IL SINDACO  E' RITORNATO
E' la sorpresa più gradita portatami  in casa dal primo Tg di Myboxtv: un fatto storico  di indubbia rilevanza di cui rallegrarsi. E non sto parlando del Tg che costituisce anch'esso una bellissima novità. Bensì della riapparizione del nostro sindaco, dopo oltre un anno e mezzo di forfait( i maligni parlano di latitanza)in una manifestazione pubblica, non processionale, e non politica AL CONFERIMENTO DI LAUREE  HONORIS CAUSA  DA PARTE DELL'UNITRE A CITTADINI BENEMERITI  MORTI E VIVI. Vi pare poco? A me no. Sarà soltanto una parentesi?  Si dovrà a breve tornare al suo più corposo vice? Non è detto. Potrebbe invece esserci in atto una inversione di tendenza, un trendy che si stabilizzerà. A sentire qualche malelingua, il digiuno di apparizioni sarebbe stato rotto dalla presenza del Senatore Giorgio De Giuseppe, vecchio amico di Galatone. Ma  da qualche altro malevolo si insinua  dell'altro, e rimasticando  il motto del CEPU:  si sussurra: La laurea non è lontana.  Beh, con tutte le anomalie del caso, sarebbe una bella propaganda per  la immaginifica  UNITRE nostrana. Un ritorno trionfale dei Galati  che erano di nuovo espatriati nella dirimpettaia Macedonia.  Chi vivrà vedrà.
 Anche in un fatto di cronaca come questo, mi pare di poter cogliere un raggio della cometa che si avvicina, una scintilla di bontà del Natale imminente. Un ritorno, forse improbabile, al  Natale nostalgico della nostra adolescenza. Così ne approfitto per confezionare(orribile!) .volevo dire per creare qualche verso e rivolgere al Sindaco e alla città gli insoliti auguri rimati di Nascita Cristiana.

N A S C I T A   C R I S T I A N A
LA LUCE PERENNE
DELLA NASCITA CRISTIANA
CONDUCA A BETLEMME
OGNI CREATURA UMANA;
VINCA  LA   FRENESIA
DI QUESTO PAZZO MESE,
E RITORNI LA MAGIA
DEL NATALE PALESTINESE.
V.Z.

postato da: vittzacchino alle ore 08:34 | Permalink |
categoria:
domenica, 14 dicembre 2008

 I  PROCI  DEL TERZO MILLENNIO     di  Vittorio Zacchino

IERI  COME OGGI, I PROCI  AVIDI E  SCIALACQUATORI  CONTINUANO A DARSI DA FARE. A ITACA COME A GALATONE. OBIETTIVO E' SEMPRE LO STESSO: PAPPARSI I BENI DI ULISSE, SPOLPARE LA CITTA'. LA QUALE SI E' ARRESA ALLE  STRATEGIE  SOFYT,  ANZI ASPIRA A DIVENTARNE COMPLICE , A PARTECIPARE ALLA CRAPULA PER NON RESTARE  ALL'URMU. LE SIRENE AMMICCANTI  PIFFERANO QUA E LA'  NUOVE PROMESSE E NUOVI ALLETTAMENTI. SI TENTA DI RIFARE EX NOVO QUEL CHE E NATO MALE O RITENUTO INVECCHIATO, MA SOPRATTUTTO NON ORGANICO ALLE PROPRIE STRATEGIE E AI PROPRI OBIETTIVI .

ANCHE  PENELOPE SI AFFANNA SUL TELAIO A TESSERE E DISFARE L'ETERNA TELA  DI UNA CITTA CHE SEGUITA  A MORIRE UN POCO OGNI GIORNO. SI IMMAGINANO  ALTRE CATTEDRALI NEL DESERTO, ED ALTRI RICOMINCIAMENTI  DAL NULLA, DA UNA ECONOMIA IN COMA.

RESTIAMO ANNICHILIITI , IMPOTENTI DI FRONTE AL NUOVO TRADIMENTO CHE SI ANNUNCIA. RASSEGNATI. 

MA NON TUTTI CI STANNO. C'E' CHI QUALCHE BRICIOLA LA VUOLE ARRAFFARE. GLI ALTRI SE LA PRENDONO IN QUEL POSTO.  EVVIVA.

postato da: vittzacchino alle ore 09:51 | Permalink |
categoria:
sabato, 13 dicembre 2008

 

PER FEDERICO  II  DI SVEVIA      di  VITTORIO  ZACCHINO

Un vecchio amore laico che torna spesso. Nonostante le appropriazioni  e le distorsioni del presente. Un vecchio amore per questo civilissimo barbaro, risvegliato l'altra sera in un amabile incontro qui a Galatone .Un barbaro che resta pur sempre, nonostante tutto,  il maggior dinasta dell'Occidente col suo  fascino che continua ad attraversare ben Ottocento anni per giungere fino a noi.  Barbaro controverso, nonostante  la scuola poetica siciliana, l'intuizione di un modello di stato moderno  proposto nelle costituzioni di Melfi, la cinta di castelli poderosi, l'improbabile visita a Nardò nel dicembre 1225.  Fascino soprattutto di un intellettuale che riesce sempre ad  emozionare . Come in questo brano di lettera inviata, quando aveva  38 anni, ai dottori dello Studio di Bologna in cui vibra l'amore per la Cultura. Che non si può leggere senza commozione da chi crede ancora in certi valori:

"PER QUEL GENERALE DESIDERIO DI SAPERE CHE,PER NATURA, TUTTI GLI UOMIINI HANNO;PER QUELLO SPECIALE GODIMENTO CHE ALCUNI NE DERIVANO - PRIMA DI ASSUMERE L'ONERE DEL REGNARE -  FFIN DALLA NOSSTRA GIOVINEZZA  ABBIAMO SEMPRE CERCATO LA CONOSCENZA, ABBIAMO SEMPRE AMATO LA BELLEZZA  E NE ABBIAMO SEMPRE,  INSTANCABILMENTE , RESPIRATO IL PROFUMO.

DOPO AVER PRESO SU DI NOI LA CURA DEL REGNO, SEBBENE LA MOLTITUDINE DEGLI AFFARI DI STATO RICHIEDA LA NOSTRA OPERA, E LE CURE DELL'AMMINISTRAZIONE  ESIGANO GRANDE SOLLECITUDINE, TUTTAVIA, QUEL PO' DI TEMPO CHE RIUSCIAMO A STRAPPARE ALLE OCCUPAZIONI CHE ORMAI CI SONO DIVENUTE FAMILIARI, NON SOPPORTIAMO DI TRASCORRERLO NELL'OZIO, MA LO SPENDIAMO TUTTO NELL'ESERCIZIO DELLA LETTURA , AFFINCHE' L'INTELLETTO SI RINVIGORISCA  NELL'ACQUISIZIONE DELLA SCIENZA , SENZA LA QUALE LA VITA DEI MORTALI NON PUO' REGGERSI IN MANIERA DEGNA DI UOMINI LIBERI, E VOLTIAMO LE PAGINE DEI LIBRI E DEI VOLUMI, SCRITTI IN DIVERSI CARATTERI E IN DIVERSE LINGUE, CHE ARRICCHISCONO GLI ARMADI  IN CUI SI CONSERVANO LE NOSTRE COSE PIU' PREZIOSE"

postato da: vittzacchino alle ore 20:23 | Permalink |
categoria:
lunedì, 01 dicembre 2008
PER ALDO MORO E LA SUA SCORTA NEANCHE UN FILO DI PIETA’
                                                                                            di Vittorio Zacchino
Trent’anni dopo la tragedia di via Fani, un moltiplicarsi di commemorazioni tese ancora e sempre a provare di chiarire nodi, sbrogliare grovigli, svelare misteri, diradare ombre o incupire ancor più i già cupi intrecci, nazionali ed internazionali del Caso Moro. Ritornano in scena le sette, i servizi deviati, le lotte ai coltelli, le aberranti considerazioni di vecchi prìncipi della chiesa e di mammasantissima d’alto bordo, vassalli di qualcuno più in alto, tutti impastati nel cinismo. E incombente su tutti e su tutto la nera comoda ragion di stato. E non manca neppure il gusto, tra il compiaciuto e il vezzoso, di raccontare quella tragedia con la sua minutaglia aneddotica,i suoi ingredienti ributtanti, le sue contiguità a vasto raggio, le trame sotterranee. Forse il pubblico adora questi menù, ci sguazza dentro come nel quotidiano della cronaca ricca di colpi di scena e di emozioni, come nei dibattiti processuali tinti di sangue e di sesso.
Anche l’altra sera(Sabato 29 Novembre) si è avuta questa impressione ascoltando al Circolo Cittadino di Galatone le brillanti ricostruzioni del Sen.Pellegrino e del sig.Manlio Castronovo su quella tragedia che continua a paralizzare l’Italia
Ma del gigante Aldo Moro e del suo senso del futuro, del suo pensoso  profetismo, degli sfortunati cinque agenti che lo scortarono, tutti uccisi in via Fani, neanche l’ombra. Neanche un filo di pietà.
In questa nostra repubblica che continua a morire, a poco a poco, ignominiosamente ogni giorno, il linguaggio più coraggioso e più chiaro resta quello dei poeti. Linguaggio che inquieta e consola, ma sa aprire gli occhi a chi sonnecchia o finge di dormire.
Tale mi sembra uno dei componimenti - ACCIAMBELLATO IN QUELLA SCONCIA STIVA -che Mario Luzi dedicò nel 1978 alla tragedia di Moro e dell’Italia; pochi versi, di grande forza e icasticità commemorativa, che ne fissavano la mobile irrequietezza del pensiero e delle idee, inafferrabili ai più, come la gibigianna, il riverbero del sole rimandato da una superficie lucida, sotto forma di disco luminoso, e si proietta per gioco sul viso della gente; versi giustamente educativi, che valgono decine e decine di tante ricostruzioni hitchokchiane che ci vengono quotidianamente ammannite; versi, finalmente, intrisi di pietà:
 
ACCIAMBELLATO IN QUELLA SCONCIA STIVA,
crivellato da quei colpi,
è lui, il capo di cinque governi,
punto fisso o stratega di almeno dieci altri,
la mente fina, il maestro
sottile
di metodica pazienza, esempio
vero di essa
anche spiritualmente: lui –
come negarlo? – quell’abbiosciato
sacco di già oscura carne
fuori da ogni possibile rispondenza
col suo passato
e con i suoi disegni, fuori atrocemente –
o ben dentro l’occhio
di una qualche silenziosa lungimiranza – quale?
Non lascia tempo di avvistarla
La superinseguita gibigiana. (Mario Luzi).
 
 
postato da: vittzacchino alle ore 09:52 | Permalink |
categoria: