domenica, 11 maggio 2008
                FESTA DELLA MAMMA  - 11 Maggio 2008
                     I   FICHI   DI MADRE PROVVIDENZA
               Da “Ritorno alla Madre” (2003)
 
 Una breve memoria struggente di un‘infanzia di guerra, stentata ma felice, grazie alla madre, infaticabile trottola nei giorni della borsa nera. Da un ragazzo di allora ai ragazzi di oggi. In Memoriam.
 
Una scodella di fumigante “pancotto” insaporita di foglie d’alloro se d’inverno,e magari con l’aggiunta di pochi fichi secchi,prodotto di nicchia pluricentenario elogiato anche dal nostro Galateo,o,se d’estate un piatto di “acqua e sale” con gli scarsi avanzi di pane duro e raffermo,sui quali la madre versava una “croce d’olio”,aggiungendo un bel po’ di fichi freschi screziati dalla buccia violacea,colti a San Vito,erano pur sempre,l’uno e l’altro,una cena degna di tal nome,e,perfino insaporita di felicità.La raccolta di fichi si faceva a giorni alterni.La sera prima mia madre diceva: “Domani tutti e tre a San Vito”.Bastava quell’annunzio perché andassimo a dormire prima del solito,in modo da poterci svegliare a levata di sole per la spedizione.
A San Vito,contrada sita poco a Nord di Pommo,mia madre aveva identificato un ficheto e vi si era fatto affittare un bell’albero di grossi fichi che chiamavamo “melanzani” per via della loro buccia del colore delle melanzane.Mia madre li coglieva girando tutto intorno all’albero,ed io le reggevo il paniere.Esaurita la raccolta ai rami bassi,toccava a me arrampicarmi sulla pianta e,saltellando da un ramo   all’altro con leggerezza di acrobata,svitare i grossi fichi e deporli nel paniere che ora era mia madre a tendermi,sollevandosi sulla punta dei piedi.
Parte dei fichi li mangiavamo freschi per integrare il nostro vitto quotidiano;i più,però,erano destinati all’essiccatura per essere conservati per l’inverno.Mia madre li spaccava in due a partire dal picciolo,ma senza staccare le due metà,quindi li metteva in bell’ordine sul “canniccio”,una grata di canne tagliate a metà,poggiata a sua volta su due cavalletti. Dopo lo scarto e la cottura(un po’ di essi venivano maritati con una mandorla abbrustolita,un’idea di limone e un pizzico di noce moscata) i fichi venivano deposti in cavernose capase di creta che ce li conservavano anche fino a primavera. Il rito comprendeva anche una parte per me che introducevo il piede destro avvolto in un panno e,con tutto il peso del mio corpo, premevo sulla massa dei fichi all’interno della capasa per comprimerli,per appiattirli quasi a mò di sardine.
Con la tasca piena di fichi secchi,da mangiucchiare uno ogni tanto,anche a scuola si stava più tranquilli,e forse più motivati.
Fino a che non è esplosa l’età dei consumi,il fico da queste parti ha conteso il primato arboreo all’olivo e alla vite.Ha rappresentato per i poveri e per gli indigenti un succedaneo del pane,anzi il secondo pane quotidiano.
Così mia madre,con la sua innata saggezza,aveva capito,come tanti altri, che i fichi avrebbero integrato il vitto scarso dei suoi bambini e potuto smorzare le rivolte dei loro stomaci.”
 
 
P.S. Come è evidente, a qualsiasi età, madre e figli continuano a rimanere indivisibili,anche post mortem,dell’uno e/o dell’altra. E questo ci spinge a rileggere la memorabile poesia di Raffaele Carrieri:
MAI NESSUNO CI DIVISE:
Quante guerre e tempeste
Per una sola vita.
Solerte come la formica
Hai sospinto la briciola
E fatto il tetto.
M’hai portato nel petto
Come la spina trovatella
Che può diventar fiore
Ma pure chiodo o stella.
Quante offese,quante rese,
mani aperte, porte chiuse;
come il sale dentro il mare
mai nessuno ci divise. (R.Carrieri)
 
N.B.Pommo e San Vito sono due contrade di Galatone che occupano le aree a sud di via XX Settembre,la prima fino a presso a poco Viale Moro,la seconda da quel viale fin quasi a ridosso del cimitero.
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giovedì, 01 maggio 2008
         SALENTARTE GALALERY:LA GRANDE PITTURA PASSA DA GALATONE
 Inaugurazione il 1 maggio 2008
 
Un evento inatteso e piacevole, questo di “Artisti in Mostra “ promosso a Galatone in Via Colonna 3 da Salentarte Gallery srl. L’occasione, i festeggiamenti di maggio in onore del SS.mo Crocefisso della Pietà, l’obiettivo ben più sostanzioso: fornire a questa città uno spazio espositivo permanente dove poter fruire del meglio della cultura pittorica italiana e internazionale. Quindi una presa diretta con l’Arte con la A maiuscola mediante rassegne collettive. Si inizia oggi 1 Maggio con dieci personalità accattivanti:da Luigi De Micheli a Loredana Albanese, da Pisso Cariolo a Ernesto Portas, da Vittorio Cazza a Walter Greco, Luigi Potenza, Giovanni Rucco, Guglielmo Scozzo, Angelo Lupi Tarantino. Atmosfere assorte, colori forti, emozioni. Ovviamente non si esauriscono qui. SalentArteGallery dà appuntamento a collezionisti, intenditori, comuni amanti della pittura, sicura di colmare un vuoto e proponendosi come punto d’incontro di quanti hanno voglia di affinare il proprio gusto estetico. E ciò è di per sé significativo per una periferia avvitata nell’immobilismo, estranea ai circuiti artistici, e solitamente saltata dai grandi eventi.
Nei prossimi incontri gli amici di SalentArte Gallery l’opportunità di ammirare, fra gli altri, tele di Cassinari, De Candia, Gentilini, Levi, Murer, Tamburi,ed altri. Vi par poco?. Tanti auguri comunque  agli amici di SalentArte Gallery.
                        
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sabato, 12 aprile 2008
 
Tacciono finalmente grancasse e tromboni dopo essersi sfiatati in roboanti declinazioni di promesse per grulli emozionati. Vivaddio! Il Silenzio pensoso è calato sulle idiote serenate. Grilli parlanti e pappagalli addomesticati stanno riprendendo fiato dopo averci inondato di logorrea e di stronzate piazzaiole, incantando anche i serpenti. Ma senza convincerli che un buon governante abbia davvero bisogno, per risanare un Paese al collasso, di tutte quelle acrobazie verbali buone al massimo per piazzare i propri prodotti. Non c’è limite al peggio. C’è stato perfino chi si scopriva critico letterario, rubacchiando dalla cronaca di Quotidiano.
Ma le panzane non sono esclusiva di oggi .Via via che venivano sparacchiate dallo schermo e dai giornali, sono riandato  mentalmente ai fuochi artificiali di altri tempi. E mi sono sovvenuto del componimento satirico scritto dal poeta concittadino Giuseppe Susanna agli inizi del ‘900 contro un candidato loquacissimo che aveva bombardato i poveri elettori con promesse grandiose e irrealizzabili, come la costruzione di un magazzino per il deposito di merci ferroviarie, la pretura soppressa, l’istituzione della prefettura, e perfino l’avvicinamento  del mare a Vasce, alle porte di Galatone.
Il pezzo in dialetto si intitola SERENATA DI SDEGNO ed era destinato all’On.Nicola Vischi candidato alle elezioni nel collegio di Gallipoli, che comprendeva anche Galatone.
 
Se no bboi pproi li scorse di miluni,
 vabbande ca non bali nu turnese:
dece anni àe ci ni jabbi cu agnuni
senza cu ppiensi mai pi stu paese.
 
Cu tti purtamu a ll’urna n’atra fiata
Torni a prumesse ci no mmantinisti:
la piccula prumitti a lla firmata,
prumitti la pritura ci pirdisti;
 
e se la utazzione cchiù dimura,
ni faci di bbirdate marigghiare:
dici can duci a cquai la prifittura
e a rretu a Bbasce ca cucchi lu mare.
 
Ma dimme:a cci li indi sti carote,
mo ci quantu tu pisi canuscimu?
Ni jabbasti superchiu l’atre ote;
ma moi no ffutti cchiui:no tti ulimu.
 
Se la giornata del sabato è veramente  dedicata al silenzio e alla riflessione, e non già all’aggressione degli elettori porta a porta, come penso, il meglio che si possa fare è di confrontare i versi di Susanna con i comizi televisivi di ieri sera.
 
Vittorio Zacchino
 
 
 
 
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martedì, 25 marzo 2008
     LA SETTIMANA DELLA CULTURA
 
Si svolge da oggi 25 al 31 marzo p.v. Cerca di coniugare il rifiorire primaverile e pasquale della natura e dell’animo umano con una rinascita verso la cultura e il senso del bello, proponendo e offrendo, ovunque, una serie di stimoli e di incentivazioni alla lettura, alle mostre, alle visite dei musei, all’ascolto di concerti,ad altre iniziative di carattere locale. Qui  a Galatone non si fa niente: non se ne sente evidentemente il bisogno: gli stessi libri, in primis quelli in cui dovrebbe ritrovarsi una comunità con le sue radici la sua storia e le proprie tradizioni millenarie, sono aborriti, salvo quando sia possibile procurarseli come offerta gratuita di lancio di un qualche quotidiano che fa la promozione per una collana: in tali occasioni molti dei lettori normali rischiano di restare senza  quotidiano.
Anche chi amministra è entrato ormai nel luogo comune secondo cui sostenere una qualche opera o iniziativa di tale natura equivalga a disperdere risorse che potrebbero tornare utili per altre  più redditizie attività istituzionali e di  amici.
A prescindere da queste considerazioni, la nostra Galatone avrebbe gli ingredienti   necessari per allestire una ipotetica settimana della cultura?
Non è un mistero che vi sono persone che pubblicano libri( su cui costruire un qualche dibattito, un forum) scrivono poesie, producono altre scritture, dipingono quadri di qualità, costruiscono oggetti di gusto e di valore, e perfino macchine di grande fascino storico e scientifico, collezionano radio d’epoca, ed altro; altre persone ancora sono virtuosi della musica e del canto, ecc.ecc.
Per non parlare della documentazione degli archivi comunali e di quelli delle chiese, delle pinacoteche sacre, dei  tre codici liturgici greci risalenti a circa sette secoli fa, di altre snobbate e trascurate tradizioni e memorie archeologiche, monumentali,ecc. Tutto quanto cattura, come leggiamo, il turismo esterno dei centri che confinano con noi , sapientemente abbinato ad offerte più appetitose, ma anche tutto quanto educa i giovani residenti  a prendere consapevolezza col proprio passato e  le proprie radici culturali.
Ciascuno  però vive e agisce come un’isola staccata da tutto il resto. Pago di sé e del proprio piccolo particulare. La comunità non sembra avvertire questo dannoso deficit di crescita e va avanti indifferente, dalla sua base fino a chi sta ai suoi vertici. Un’inversione di tendenza non sembra essere alle viste. Le innovazioni, il fare in maniera diversa ciò che si fa da secoli sempre allo stesso modo, non sembra interessare, anzi potrebbe creare scompensi, e squilibri di imprevedibile portata. In definitiva, cambiare appare sempre più una avventura con rischi, ma senza benefici.
E allora ciascuno si tiene la cultura che ha. E chi si agita, peggio per lui, seguiterà a combattere  contro i mulini a vento.
Una buona notizia in controtendenza: viene dall’iniziativa del Circolo Cittadino che per sabato 29 marzo p.v. ha organizzato una commemorazione dei 60 anni della Costituzione Repubblicana affidata al Presidente della Provincia Sen.Giovanni Pellegrino e all’avvocato Vittorio Aymone recentemente qui insignito del Premio Galateo 2007.
 
 
 Vittorio Zacchino
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martedì, 25 marzo 2008
 
       LA SCOMPARSA IN ARGENTINA DI SEBASTIAN ANTONIO MAGLIO
 
Quando nei giorni scorsi ho appreso dai manifesti e poi letto su Myboxtv la notizia della morte a Mar del Plata del caro Antonio Maglio, ho provato un forte sentimento di dolore e di tristezza. Non si è trattata di una di quelle morti improvvise e drammatiche che gettano lo sconquasso, per l’ingiustizia rapinosa subita da un congiunto o amico nella pienezza della sua vita, Maglio infatti aveva raggiunto i 92 anni. Ma di una morte improvvisa, recepita, comunque, come uno scippo sgarbato ai danni di persona cui si è affettuosamente legati da tempo, magari, come nel nostro caso, da uno sviscerato amore per Galatone. Trasmesso pure a sua moglie donna Leonora Becerra e al figlio Antonio Giuseppe ai quali sentiamo di essere molto vicini.
Antonio Maglio venne a trovarmi, 20-25 anni fa, accompagnato dal nipote acquisito  Salvatore Spirito, nella sua ultima visita a Galatone: attraverso suo fratello Mario, mio idolo sportivo e amico, riceveva speso mie pubblicazioni e le riscontrava con affettuose telefonate in occasione delle festività. Affettuosissimo, cerimoniosissimo, ammiratissimo, oltre il dovuto. Ma al fondo di tutto c’era la sua immensa fede cristiana e il suo sconfinato legame con la patria di origine.
Mi fece spesso lunghe confidenze orali, e soprattutto scritte, sulla sua adolescenza galatonese, il clima del tempo, figure e figuri, aneddoti, la minacciata rappresaglia fascista al padre in odore di socialismo che lo spaventò, i due garibaldini di Galatone( fra cui tale Amfilocchi) che sfoggiavano orgogliosi la camicia rossa nelle grandi occasioni, ed altro ancora.
Fin da ragazzino Maglio frequentò il seminario dei frati spagnoli, poi fu in Spagna per proseguire gli studi di filosofia, tra 1934 e 1936, ne fuggì allo scoppio della guerra civile, fu di nuovo a Galatone e in varie parti d’Italia,in Colombia dal 1946 al 1950, dove diresse un istituto di minorenni, infine andò a lavorare e a mettere famiglia in Argentina.
La sua esperienza tra i frati spagnoli si concretizzò in due libri di argomento religioso in lingua spagnola, volti a esaltare la figura del fondatore dell’ordine: Fisionomia mistica del fondatore dei terziari Cappuccini Venerabile Luigi Amigò(1950) e  Verso l’ovile del Buon Pastore(1952). Devo aggiungere che le sue lettere erano piene dell’immagine di una Madonna locale di cui si professava devotissimo.
Addio Sebastiano. Peccato non aver mai preso in considerazione il tuo invito a Mar del Plata!
                   Vittorio Zacchino
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venerdì, 14 marzo 2008
                             Vittorio Zacchino
 
                  IDEE PER   FAR RIVIVERE IL CENTRO STORICO DI GALATONE.
 
SE UN CUORE NON BATTE, BISOGNA DARSI DA FARE PER RIATTIVARNE LA CIRCOLAZIONE SANGUIGNA, PER DARGLI GLI STIMOLI GIUSTI.
A CHIUNQUE SIA VENUTA IN MENTE L’IMMAGINE DEL CUORE IN PANNE PER IL   CENTRO STORICO DI GALATONE, GLI RICONOSCO CHE E’ UN’IMMAGINE AZZECCATA.
MA BISOGNA PURE CERCARE LE CAUSE E LE RESPONSABILITA’ DI QUESTO NON BATTERE DEL CUORE, SENZA GIRI DI PAROLE, DI QUESTO CENTRO STORICO CHE MUORE.
NOI  DA TANTI ANNI ( CHI VI PARLA E IL PROF. LUIGI PRIMORDIO) LO ABBIAMO STUDIATO PALMO A PALMO, NE ABBIAMO RICOSTRUITO PERFINO I DETTAGLI, PIU VOLTE ABBIAMO AVANZATO IDEE E PROPOSTE, NELL’INDIFFERENZA DI CHI DOVEVA ASCOLTARE. EVIDENTEMENTE SI CONTINUA A RITENERE CHE TALE  MATERIA SIA APPANNAGGIO ESCLUSIVO  DI TECNICI, I SOLI LEGITTIMATI A TRATTARNE.
BEH, A PRESCINDERE DALLE NOSTRE PUBBLICAZIONI, DI CUI L’AMMINISTRATORE PUO FARE ANCHE A MENO, POSSO DIRVI CON ORGOGLIO, ANCHE SE COL FASTIDIO DELL’AUTOCITAZIONE,  E SOPRATTUTTO CON SINCERO DISINTERESSE, CHE UN ’URBANISTA DELLA STATURA DI SARA ROSSI, NEL 1980, PRIMA DI METTERE MANO AL PIANO REGOLATORE, VOLLE CONOSCERE CON QUALE PASSATO E QUALI EMERGENNZE ARCHITETTONICHE DOVEVA MISURARSI. E RICHIESE LA MIA COLLABORAZIONE CHE, NON E UN MISTERO, E’ COSTITUITA DALLE SCHEDE STORICHE CHE A QUEL PROGETTO SONO ALLEGATE. A DISPOSIZIONE DELLA CITTA, IERI COME OGGI.
IL CENTRO STORICO DI GALATONE GIA ALLORA ERA STATO VIOLENTEMENTE STUPRATO, DALLA BITUMAZIONE DEI BASOLI NELLE VIE, NEI VICHI E NELLE CORTI, DALL’ABBATTIMENTO ASSURDO DI MANUFATTI STORICI E DI PRESTIGIO: NON TUTTI HANNO L’ETA PER RICORDARE IL PALAZZO FREZZA  CHE IN VIA GALATEO SI ALLUNGAVA LATERALMENTE AL MONUMENTO AI CADUTI, IL PALAZZO DEL SINDACO D’ANDREA  CHE SORGEVA ALL’ANGOLO TRA VIA SAN SEBASTIANO E MONTESCURO, IL PALAZZO VILLANI IN VIA LEUZZI DOVE SORGE ORA LA CASA DELL’ AVV. D’ELIA. AGGIUNGEVANO GENTILEZZA E BELLEZZA AD UN CENTRO DI RILEVATE TRADIZIONI RINASCIMENTALI E BAROCCHE. UN CENTRO CHE SENZA QUEI GIOIELLI E’ DECISAMENTE MENO BELLO.
PER AVERE UN’IDEA DELLE LORO PECULIARITA SI BASTEREBBE  SOFFERMARSI DAVANTI A IMMOBILI CHE TORNANO A SPLENDERE DOPO PIU O MENO INTELLIGENTI RESTAURI: PENSATE AL MAGNIFICO PALAZZO CARATA DE FERRARIIS DI VIA VITTORIO EMANUELE III CUI HANNO RIDATO SLPENDORE E BELLEZZA L’IMPEGNO TECNICO E FINANZIARIO    DELL’ARCH. CLAUDIO SCARANO, PENSATE ALLO STESSO PALAZZO LERCARO DI VIA COLONNA,  AL PALAZZO RICCIO DI LARGO SASCIANNE E COSI VIA. SONO ANCH’ESSI FIORI ALL’OCCHIELLO DI QUESTO CENTRO STORICO.
NEL QUALE LI FECE SORGERE  L’INTRAPRENDENZA DEL PATRIZIATO, DEL CLERO, DEL NOTABILATO DELLE PROFESSIONI, CUI SI AFFIANCO’ L’EDILIZIA POPOLARE DELLE CORTI CON L’ELEGANZA DEI BALCONI E DEI PIGNANI.
TORNIAMO A GUARDARE LE CARTOLINE D’EPOCA. IL NITORE DELLE FACCIATE, LE PIAZZE RICOPERTE DI BASOLI.
IERI COME OGGI, L’INCAPACITA DI ESSERE IMPOPOLARI, IL TIMORE DI PERDERE CONSENSO, I RITARDI E LE LENTEZZE DELLE DECISIONI,  A SINISTRA COME A DESTRA, HANNO CONSENTITO GLI STUPRI CHE VI HO DETTO, IL LENTO SVUOTAMENTO DEL CENTRO IN FAVORE DI PERIFERIE ANONIME, MA RICCHE DI COMODITA.
MA PENSIAMO CHE SIA SUFFICIENTE RIFARE IL LOOK AL CENTRO STORICO PER FARLO TORNARE A PULSARE DI VITA NUOVA? SAREBBE COME ILLUDERE UN MALATO  FACENDOGLI CREDERE CHE POTREBBE SANARE SEMPLICEMENTE FACENDOGLI  MUTARE  IL PROPRIO ABITO. 
CERTO, CAMBIARE PELLE E’ UN FATTO MOLTO POSITIVO. MA DOPO L’OPERAZIONE DI  COSMESI, DI MAQUILLAGE,  CHE NE FAI DI UN CONTENITORE SEMIVUOTO? 
UN  CENTRO STORICO VA RIEMPITO DI ATTRAZIONI E DI CONTENUTI: DI TRADIZIONALI BOTTEGHE ARTIGIANE, DI SPAZI MUSEALI ED ESPOSITIVI( REPERTI ARCHEOLOGICI, CODICI GRECI, MACCHINE LEONARDESCHE, MEMORIE DELL’EMIGRAZIONE ECC.) DI EVENTI ARTISTICI, E CULTURALI,  DI INVITANTI SANTUARI DELL’ENOGASTRONOMIA, CHE NE RENDANO GRADEVOLE E INTERESSANTE LA FRUIZIONE, LA SOSTA PRANZO, IL PERNOTTAMENTO, IL SOGGIORNO PROLUNGATO, LO SHOPPING.
 
A QUESTO PUNTO, CIASCUNO DEVE FARSI  IL PROPRIO ESAME DI COSCIENZA. SO BENE  CHE OCCORRE DISCERNERE TRA  CHI VUOL VALORIZZARE E  CHI  SPECULARE.
ED UN ALTRO PUNTO DOLENTE E’ QUELLO DI DECIDERE SE VERAMENTE CHIUNQUE HA TECNICAMENTE LE CARTE IN REGOLA PER REALIZZARE, LA CULTURA E IL BUON GUSTO DI CIMENTARSI CON RESTAURI E RISTRUTTURAZIONI NEL CENTRO ANTICO.
INFINE DOBBIAMO  CHIEDERCI CHE TIPO DI TURISMO PENSIAMO DI PORTARE QUI DOVE TUTTO E FERMO, DOVE NESSUNO E DISPOSTO A OSARE QUALCOSA, SE NON IL TURISMO VELOCE  E QUALUNQUISTA DELLE SOLITE SAGRE CHE SI FANNO DAPPERTUTTO.
 MI CHIEDO INOLTRE  FINO A QUANDO CI POTRANNO   ESSERE PERSONE  DISPOSTE  A INVESTIRE DEL DENARO AL BUIO, PER RENDERE PIU BELLO E CONFORTEVOLE UN DORMITORIO, QUESTA GRANDE TOMBA CHE E LA NOSTRA POVERA GALATONE. ESISTE ANCORA UN QUALCHE DOTTOR BARNARD CAPACE DI FAR TORNARE A BATTERE IL CUORE DI QUESTO AMATO ODIATO CENTRO STORICO ? ME LO AUGURO  SINCERAMENTE. MA PERSISTENDO SITUAZIONI DI PERMANENTE IMMOBILISMO, CREDETEMI, ANCHE COLUI CHE SIA MOTIVATO DALLA PASSIONE PIU GRANDE, FINIRA’ PER STANCARSI, DEMOTIVARSI, AUTOISOLARSI,  RITIRARSI IN SE STESSO.   
SICCOME CREDO DI AMARE ANCORA QUESTO PAESE, HO PREFERITO DIRE PAPALE PAPALE QUEL CHE PENSO, ANCHE SE SCOMODO, PERCHE ‘ RITENGO   CHE TACERE PUO’ ANCHE ESSERE INTERPRETATO COME INERTIAE DULCEDO, OVVERO COME VILE E INDOLORE COMPLICITA’
 
  Vittorio Zacchino - http // galateoesalento.splinder.com
 
 
 
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mercoledì, 05 marzo 2008

 

UN OMAGGIO ALLA DONNA PER L’ 8 MARZO
 
E’ in versi, del mio amico scultore Leandro Ghinelli, il quale sa cantare da par suo la bellezza, alla rispettabile età di 87 anni, sia modellando stupendi esemplari virili e femminili, con le sapienti dita delle mani, sia sciogliendo la sua freschissima vena poetica in versi anche belli e sensuali. Che è, evidentemente, una delle maniere più intelligenti di stare in armonia con sé stessi, e di invecchiare giovanilmente sereni: in dies iuvenilior senesco. Producendo per sé e per gli amici gioielli come questo  Uragano, degno del soggetto trattato e della festa di ogni donna, sia essa una proba mulier come la casta Susanna, oppure una donna forte, spumeggiante, e determinata dei giorni nostri. Alle quali inviamo i nostri cordiali   calorosi auguri.
 
                   URAGANO
Poggia le tue pupille sul mio viso .
Lo vedrai colorarsi di rossore
Ed avvampar di calore improvviso,
balbettare la gioia con tremore.
E se mi guardi pure col sorriso,
lo sentirò entrare nel mio cuore
con certo senso di dolore intriso
con la voglia d’amarti con furore.
E se mi sfiori appena con la mano,
nella mia pelle scorrerà il preavviso
che sta per arrivare l’uragano
e cieco tempesterà te di baci ,
a riaccender di fuoco anche il tuo viso,
a scatenar le tue voglie rapaci.
                            (Leandro Ghinelli)
 
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lunedì, 03 marzo 2008
 LA POESIA  CONTRO LA BARBARIE CHE   CI ASSEDIA  DALLE  ALPI  AL  SALENTO
a cura di Vittorio Zacchino
I Poeti spesso riescono meglio di chiunque a leggere i fatti e ad interpretarne la drammatica crudezza. La Repubblica che affonda nello sterco e  muore fra le chiacchere dei talk show televisivi, o il piccolo paese in mano a gang di Unni, che lo tengono in ostaggio, e se lo palleggiano,  immorali e ignoranti, beceri e autoreferenziali, immobili e incartati su se stessi, che non s’accorgono  del male che fanno  e che si fanno.
Leggiamo, meditiamo,  vigiliamo, non dimentichiamo, indignamoci ,insorgiamo.
 
M. LUZI ,  Muore ignominiosamente la Repubblica
 Muore ignominiosamente la Repubblica.
 Ignominiosamente la spiano
 i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
 Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
 Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
 si sbranano ignominiosamente fra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
 meno la morte medesima- cerco di farmi intendere
 dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E l’udienza è tolta.
 
G. RABONI, Canzone dell’unico vantaggio
E’ vero , la sinistra non c’è più,
c’ è un profluvio di destre
d’ogni tipo, formato e sfumatura
e in tanta oscena abbondanza decidere
sarebbe a dir poco difficile
se spuntato verso il crepuscolo
dalla vernimosa fermentazione
dei rimasugli della guerra fredda
e dei rifiuti dell’ancien régime
a capo di una non ci fosse lui,
il palazzinaro centuplicato
da venerabili benevolenze,
l’imbroglione da mercato rionale
trasformato a furor di video
in unto del Signore.
Finché, mi dico, Dio ce lo conserva
E i suoi squadristi in doppiopetto o blazer
ce lo lasciano fare
Sapremo sempre contro chi votare.
 
Or qui ci sono gli Unni
 
Asserragliati nel recinto
del comunal potere,
ostentano d’aver vinto,
trovato posto al sedere.
 
La greve loro giornata
scorre fra sterili temi,
galleggia la ciurma sbandata,
rinuncia all’uso dei remi.
 
Conteggiano ogni risorsa,
limano sempre la spesa
ignorano cos’è la borsa,
snobbano qualunque impresa.
 
S’aggirano ottusi nell’orto
concimano propri elettori;
il paese qua e là è già morto,
gli servon  ben altri dottori.
 
O terra mia, perché tanta pena?
Ti vagheggiavo amico porto,
viene meno ormai ogni lena,
si sta  come alla veglia d’un morto.
 
Terra sempre più brulla e tersa,
che ragazzo sognai fatamorgana,
catturi ancora il cuore di chi resta,
il pensiero di chi se ne allontana.
 
Si sta, ahimé, sottoposti agli Unni,
 ci tengono  in permanente assedio,
fatti uguali son maestri e alunni,
c’è dappertutto torpore e tedio.
Se non cambia il vento
sarà vano sperare salvamento.
 
 
D.M.TUROLDO, Almeno l’amore fra voi
 
Non credo, terra, che fiorirai ancora
a lungo:troppe sono le lacrime
dei poveri, lacrime divenute
veleno di questi giardini,
e del pane e dell’acqua che beviamo.
 
Ora Dio non può non intervenire,
non può restarsene indifferente !
E più non c’è da credere
Nemmeno alle chiese?
 
La più amara inondazione della terra
Sono le lacrime della povera gente,
lacrime silenziose e segrete:
acqua e sangue che gonfiano i fiumi
di tutti i paesi :
 
impossibile che non succeda l’evento,
impossibile che non debba accadere!
Fede è ribellarsi,
Fede è rompere le catene.
Credere è fare giustizia!
 Morire non conta: poveri
Di tutto il mondo, unitevi,
fondete la vostra collera muta
in un unico mare.
 
Poi uscite dalle locations,
dalle vostre segregazioni:
appena vi muovete compatti,
la terra tremerà.
 
Un mondo di fatui e vili
I signori che vi governano,
tutti assisi sui troni
di stoltezza; e pure
gli intellettuali sono
gente inutile.
Poveri, siete soli ma siete
Moltitudini:almeno
l’amore fra voi segni
l’inizio di un altro evo.
 D. MORO, Disperazione
SEI NATO CON DUE DONI MALEDETTI,
IL TUO CHIARO PENSIERO E LA PAROLA.
A CHE SERVANO IGNORO.
INVANO TI  RIBELLI.
LA TUA PAROLA D’ORO
ROTOLA VANA TRA MILLE COSE VANE.
IL TUO PENSIERO NON SUPERA LE CAPPE DEI CAMINI
NELLA NOTTE SOVRANA.
INVANO TI TORMENTI .
TU PENSI E PARLI AI VENTI,
A MORTI CHE VIVI PAR CHE VADANO SERENI
LUNGO STRADE E CONTRADE.
ANCHE TU SEI GIA MORTO
COL TUO CHIARO PENSIERO E LA PAROLA.
NON  PARLARE,NESSUNO T’ODE.
NON PENSARE, NON VALE.
TI RODE
IL PENSARE CHE TUTTO FINISCE.
NON PENSARE, NON PARLARE
IN UNA PLAGA  DI MORTI
TU MORTO   
  (D. MORO )

 
V.BODINI, La luna dei borboni
·        O mio paese
·        Così sgradito
·        Da doverti amare.
 
 
 
 
 
 
 
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sabato, 01 marzo 2008
 
FEBBRAIO GALATONESE  E  SALENTINO
                                                        Vittorio Zacchino
 Nessun dialetto è dolce come il nostro di Lecce e di Galatone, la lingua che si impara già col latte materno, che fa capolino, quando meno te lo aspetti  anche nelle situazioni più serie (  il  mò vediamo del presidente del  Senato  Marini,    un abruzzese, è l’ italianizzazione di un’espressione dialettale frequente sulla bocca dei galatonesi: mò itimu) insomma la lingua ti lu tata, secondo una notissima poesia di un grande poeta in vernacolo leccese, Francescantonio D’Amelio, che risale al 1832 :
SE NU PPARLU LU TUTISCU / SE NU PPARLU LU FRANCESE / NU PPE QUISTU ME RRUSSISCU / CA TE PARLU ALLA LECCESE… OGNE LLINGUA (NU SSE NEGA)
MBASCIATRICE E’ DE LA MENTE / E LLE COSE TUTTE SPIEGA /COMU L’ANIMA LE SENTE(…) NUDDHRA LINGUA AGGIU STUDIATA /E DDE NUDDHRA SACCIU NIENTI :/ SULU QUIDDHRA DE LU TATA / ME STA SCIOCA INTRU A LLI DIENTI.
 
Anche Rocco Cataldi, il bravo poeta contadino di Parabita, mio collega “sciardinieri”, nel senso metaforico di educatore di giovani piante, così legato a me, come molti altri,  da Nicola De Donno a Erminio Caputo, a don Franco Lupo, a Ninì Rucco, ecc. ha esaltato, come nessun altro, la forza e la vivezza dei nostri dialetti.  LU DIALETTU: ADDUNCA VAI VAI, TE PORTA APPRESSU / NU MORSU TE LA TERRA TUA NATIA…/ E PURU CI OI LLA NECHI,ETE LU STESSU: / CCHIUI LA CANCELLI E CCHIUI TE PARE VIA.
Questa è la bellezza della parlata nostra che, vi confesso, ho amato da ragazzo, ho insegnato a scuola, facendo fare ai ragazzi traduzioni da… a, a dispetto di certo retrivismo stupido e immotivato, e ho sempre incoraggiato l’uso del dialetto anche in casa mia, con scandalo di certo perbenismo di colleghi e di chiari docenti.
Ma avevo ed ho ben presente l’ammonimento di GIACOMO DEVOTO un grandissimo della linguistica il quale, in una memorabile conversazione televisiva su l’Italia dei Dialetti del 1969  aveva detto: <<Lo studio dei dialetti non deve peraltro risolversi in abbandono e trascuratezza nei riguardi della lingua nazionale, che va capita e seguita proprio ed anche con l’aiuto dello studio dei dialetti:c’è un nesso di rapporti indiscutibile fra lingua e dialetti, fratelli tutti di uno stesso ceppo comune…se l’Italia è diventata una anche attraverso un lungo travaglio linguistico, non si può disconoscere l’apporto, importante ed integrante, nell’insieme dei fenomeni che hanno plasmato la storia d’Italia>>.
 
Da chi ho preso questo gusto? E’ presto detto: fin dagli anni 60 sono stato collaboratore ed amico di due grandissimi della dialettologia e della linguistica: l’uno salentino, ORONZO PARLANGELI, novolese, glottologo illustre e ideatore della Carta dei Dialetti italiani, deceduto in un banale incidente d’auto  il 1  ottobre 1969; l’altro, l’insigne romanista tedesco GERHARD ROHLFS, autore del monumentale DIZIONARIO DEI DIALETTI SALENTINI, ma anche dei COGNOMI SALENTINI, DEI SOPRANNOMI SALENTINI, DEI TOPONIMI SALENTINI.
Con tutti e due ho avuto intensi rapporti di lavoro: entrambi sono stati qui più volte a parlare e tenere lezioni, catturando l’interesse di tantissimi galatonesi e salentini che accorrevano ad ascoltarlo. Parlangèli venne qui nel 1965 per parlare di lingua e dialetti, Rohlfs, qualche anno dopo, e per un decennio dal 1972 al 1981, per parlare dei nostri cognomi, spesso registrando espressioni e    modi di dire galatonesi per metterli a confronto con analoghe espressioni di altre aree del Mezzogiorno.
Quanto al povero Parlangeli, già nella fase preparatoria della CARTA DEI DIALETTI mi volle nel suo gruppo, mi istruì in una sola lezione all’Università di Bari, mi dotò di registratore Grundig che ancora possiedo, mi mandò in giro in tutta la provincia a fare inchieste dialettali( ne feci ben 42) insieme ad altri, con contratto che mi consentì di arrotondare il magrissimo stipendio di avventizio all’Università, mi condusse in tanti convegni in Abruzzo, in Umbria, in Toscana,  Val d’Aosta, Trentino, in consessi  di famosissimi: da Giacomo Devoto ad Antonino Pagliaro, da Battisti, a Migliorini, a Terracini, a tanti altri. In seguito, mi insegnò a raccogliere racconti, fiabe, leggende ed altri materiali, tutti nella parlata dialettale galatonese, ora depositati nella Discoteca di Stato.
Da qui, in breve, le mie referenze dialettali.  E veniamo a Febbraio, al suo nome, ai   proverbi, alle sue feste ,la Candelora  San  Biagio, San Valentino, l’impazzare del Carnevale.
Il nome FEBRUARIUS deriva  da   FEBRUA che nella Roma antica erano i mezzi della purificazione ( panni di lana per aspergere il sangue delle bestie sacrificali, focacce di fatto portate dal littore nelle case che si dovevano purificare, rametti di alberi con cui i sacerdoti si cingevano il capo).
Così Febbraio era il mese delle purificazioni. Perché nel Calendario di Romolo era l’ultimo dell’anno e per passare all’anno nuovo, che cominciava a Marzo, era necessaria una serie di purificazioni fra cui l’entrata  in comunicazione  con i parenti morti, durante i 9 giorni dei Parentalia.
Fra quei riti c’era la festa celtica della luce che rinasce, una festa che la Chiesa Cattolica assorbì per trasformarla nella Candelora, cioè nella benedizione delle candele che,  si celebra il 2 febbraio, e la cui luce simboleggia il risvegliarsi della natura e delle erbe, ed inoltre la vita che rifiorisce.
E su questa esplosione di luce, di una primavera incipiente, che si annuncia già a Febbraio, che rifeconda tutto il cosmo, è opportuna una digressione poetica, anzi due, però in italiano; se Folgore da San Gimignano augurava spensierate e fortunate partite di caccia seguite da allegri banchetti, <<E di febbraio vi dono bella caccia/ di cervi, cavriuoli e di cinghiari>>, il  grande  poeta romano. Arturo  ONOFRI, ne esaltava la luminosità e l’incipit della stagione bella, un presentimento gaio di primavera azzurra.Leggiamo:
FEBBRAIO
Nell’agonia dei platani, cui sfiora / il risentito soffio del febbraio,/ si disegna una luce, che accalora/ l’inverno a un presentimento gaio / di primavera azzurra,/ che già vola e sussurra .
Tali pensieri,che un rigore acuto/ammutisce entro schemi algidi e cupi ,/fremono già del lampo rattenuto/ che ne farà miracolosi sciupi /di colori e suoni/, sbocciando in visioni./
Ogni vita serrata in se medesima/ verrà dischiusa a una fecondatrice / comicità,
 che le dia morte e cresima ; come dal seme s’amplia la radice,/ch’è fusto, foglia, fiore, /se il seme s’apre e muore.    
  Mentre si rinnova la natura gli animali tornano ad accoppiarsi : TI LA CANDILORA OGNE CEDDHU COA, o anche OGNE CHIADDINA SI RINNOVA, E CI NO SS’ A RINNOVATA, O ETE ECCHIA O  ETE  MALATA.   
Nella società tradizionale, soprattutto quella contadina, la Candelora veniva considerata l’ultima delle feste, dopo le festività a cavallo dell’anno tra Natale e la Befana, per cui si diceva TI PASCA BBIFANIA OGNE FFESTA PIGGHIA IA ( SE NE VA), RISPONDE LA CANDILORA, NCI SO IO NCORA.
 Ma era anche una data importante per le previsioni meteorologiche, indispensabili  per fissare la successione ordinata dei vari lavori agricoli. Ed ecco i  proverbi, frutto di lunghe osservazioni e di esperienze più volte verificate, PROVERBIUM vuol dire infatti PROBATUM VERBUM , cioè parola provata, sperimentata. Il giorno della Candelora, frattanto, faceva sentenziare che l’inverno era più o meno trascorso, TI LA CANDILORA LU IERNU ETE FORA, o MIENZU FORA,  ed anche TI LA CANDILORA O CA NECA O CA CHIOE, TI LU IERNU STAMU FORE , e si aggiungeva, con prudenza e timore, MA SE LI SAI CUNTARE QUARANTA GGIURNI NCORA  A’ FARE.
Comunque, con la  neve o la pioggia, Febbraio era sempre percepito come   termine dell’inverno ed inizio della primavera e dell’estate: FEBBRARU FERBA LI MISI, PORTA LA PRIMAVERA ALLI PAISI ;  O CA VO O CA EGNU CAPU TI STATE SEMPRE MI TEGNU, o anche, CAPU TI STATE E COTA TI IERNU. Mese in cui la pioggia è gradita  perché l’ACQUA TI FREBBARU ENCHIE LU CRANARU, ma è anche dolceamaro  come l’amore del marito, AMORE TI MARITU E MESE TI FREBBARU MIENZU TOCE E MIENZU MARU. Infido come una moglie che fa troppe moine: TI ERBA FREBBAROLA E DDI MUGGHERE FESTAIOLA NO TTI FIDARE.
Nel complesso Febbraio è, più di gennaio, gelido, amaro, dispettoso, guastafeste, inaffidabile, breve ma duro,  il notissimo Febbraio febbraietto corto e maledetto;    che da queste parti è  FREBBARU CURTU E MARU;  foriero molte volte della neve: FIBBRARU FIBBRARULU CU LLA NEE A NCULU, e che può anche distrarsi ed essere sospettosamente mite ed innescare reazioni pericolose nel marzo in arrivo, per cui CI FIBBRARU NO FIBBRARESCIA MARZU MMALEPENZA, ed anche tardivamente vendicativo, fino a supplicare il fratello Marzo all’ultimo momento di prestargli due giorni per poter dichiarare il proprio carattere  FRATE MARZU FRATE MARZU MPRESTAME TO GGIURNI CA FAZZU BBITI A STA ECCHIA CCE NNI FAZZU, CA CI LI GGIURNI MIA LI TINIA TUTTI, FACIA CUAGGHIARE LU MIERU INTRA LLI UTTI.
  Proverbi che assomigliano ad altri tipici del mese, perché ne ripetono il concetto, le esperienze spesso opposte e contraddittorie, come in molta parte dei proverbi che finiscono per annullarsi l’un l’altro.
 Per concludere, anche se debbo tornare all’italiano di un altro grande del Novecento, VINCENZO CARDARELLI, il grande estrusco di Tarquinia, il Febbraio che ci è noto è il solito mese dal carattere impulsivo, dolce e terribile, assolutamente imprevedibile, ma comunque, ripresa e ricominciamento di primavera ed Estate.
 Febbraio è sbarazzino/.Non ha i riposi del grande inverno,/ha le punzecchiature,/i dispetti/ di primavera che nasce/. Dalla bora di Febbraio/requie non aspettare/Questo mese è un ragazzo/fastidioso, irritante/che mette a soqquadro la casa,/rimuove il sangue, annuncia il folle marzo/periglioso e mutante.
Un’ ultima considerazione su  febbraio che si allunga ogni quattro anni,  per cui l’anno è bisestile, un anno anomalo che suscita apprensioni e paure, Anno bisesto, anno funesto,e da queste parti  FIBBRARU TI INTINOE, ANNU TI MALENOE.   
Siccome, come si sa, l’anno accumulava ritardi, vennero adottate correzioni calendariali da Giulio Cesare nel 46 d.C, e da papa Gregorio XIII nel 1500. Il primo con la creazione di un anno di 365 giorni e l’aggiunta di un giorno dopo il 24 febbraio, il quale, siccome cadeva al sesto giorno delle calende di marzo, prese il  nome di bisextus e l’anno bisextilis. Ma il papa, accortosi che il solstizio d’inverno era retrocesso dal 21 all’11 dicembre,  stabilì che fra gli anni secolari fossero bisestili solamente quelli divisibili per quattro, e spostò dal 24 al 29 febbraio il giorno intercalare.
 
postato da: vittzacchino alle ore 19:35 | Permalink |
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