sabato, 01 marzo 2008
 
FEBBRAIO GALATONESE  E  SALENTINO
                                                        Vittorio Zacchino
 Nessun dialetto è dolce come il nostro di Lecce e di Galatone, la lingua che si impara già col latte materno, che fa capolino, quando meno te lo aspetti  anche nelle situazioni più serie (  il  mò vediamo del presidente del  Senato  Marini,    un abruzzese, è l’ italianizzazione di un’espressione dialettale frequente sulla bocca dei galatonesi: mò itimu) insomma la lingua ti lu tata, secondo una notissima poesia di un grande poeta in vernacolo leccese, Francescantonio D’Amelio, che risale al 1832 :
SE NU PPARLU LU TUTISCU / SE NU PPARLU LU FRANCESE / NU PPE QUISTU ME RRUSSISCU / CA TE PARLU ALLA LECCESE… OGNE LLINGUA (NU SSE NEGA)
MBASCIATRICE E’ DE LA MENTE / E LLE COSE TUTTE SPIEGA /COMU L’ANIMA LE SENTE(…) NUDDHRA LINGUA AGGIU STUDIATA /E DDE NUDDHRA SACCIU NIENTI :/ SULU QUIDDHRA DE LU TATA / ME STA SCIOCA INTRU A LLI DIENTI.
 
Anche Rocco Cataldi, il bravo poeta contadino di Parabita, mio collega “sciardinieri”, nel senso metaforico di educatore di giovani piante, così legato a me, come molti altri,  da Nicola De Donno a Erminio Caputo, a don Franco Lupo, a Ninì Rucco, ecc. ha esaltato, come nessun altro, la forza e la vivezza dei nostri dialetti.  LU DIALETTU: ADDUNCA VAI VAI, TE PORTA APPRESSU / NU MORSU TE LA TERRA TUA NATIA…/ E PURU CI OI LLA NECHI,ETE LU STESSU: / CCHIUI LA CANCELLI E CCHIUI TE PARE VIA.
Questa è la bellezza della parlata nostra che, vi confesso, ho amato da ragazzo, ho insegnato a scuola, facendo fare ai ragazzi traduzioni da… a, a dispetto di certo retrivismo stupido e immotivato, e ho sempre incoraggiato l’uso del dialetto anche in casa mia, con scandalo di certo perbenismo di colleghi e di chiari docenti.
Ma avevo ed ho ben presente l’ammonimento di GIACOMO DEVOTO un grandissimo della linguistica il quale, in una memorabile conversazione televisiva su l’Italia dei Dialetti del 1969  aveva detto: <<Lo studio dei dialetti non deve peraltro risolversi in abbandono e trascuratezza nei riguardi della lingua nazionale, che va capita e seguita proprio ed anche con l’aiuto dello studio dei dialetti:c’è un nesso di rapporti indiscutibile fra lingua e dialetti, fratelli tutti di uno stesso ceppo comune…se l’Italia è diventata una anche attraverso un lungo travaglio linguistico, non si può disconoscere l’apporto, importante ed integrante, nell’insieme dei fenomeni che hanno plasmato la storia d’Italia>>.
 
Da chi ho preso questo gusto? E’ presto detto: fin dagli anni 60 sono stato collaboratore ed amico di due grandissimi della dialettologia e della linguistica: l’uno salentino, ORONZO PARLANGELI, novolese, glottologo illustre e ideatore della Carta dei Dialetti italiani, deceduto in un banale incidente d’auto  il 1  ottobre 1969; l’altro, l’insigne romanista tedesco GERHARD ROHLFS, autore del monumentale DIZIONARIO DEI DIALETTI SALENTINI, ma anche dei COGNOMI SALENTINI, DEI SOPRANNOMI SALENTINI, DEI TOPONIMI SALENTINI.
Con tutti e due ho avuto intensi rapporti di lavoro: entrambi sono stati qui più volte a parlare e tenere lezioni, catturando l’interesse di tantissimi galatonesi e salentini che accorrevano ad ascoltarlo. Parlangèli venne qui nel 1965 per parlare di lingua e dialetti, Rohlfs, qualche anno dopo, e per un decennio dal 1972 al 1981, per parlare dei nostri cognomi, spesso registrando espressioni e    modi di dire galatonesi per metterli a confronto con analoghe espressioni di altre aree del Mezzogiorno.
Quanto al povero Parlangeli, già nella fase preparatoria della CARTA DEI DIALETTI mi volle nel suo gruppo, mi istruì in una sola lezione all’Università di Bari, mi dotò di registratore Grundig che ancora possiedo, mi mandò in giro in tutta la provincia a fare inchieste dialettali( ne feci ben 42) insieme ad altri, con contratto che mi consentì di arrotondare il magrissimo stipendio di avventizio all’Università, mi condusse in tanti convegni in Abruzzo, in Umbria, in Toscana,  Val d’Aosta, Trentino, in consessi  di famosissimi: da Giacomo Devoto ad Antonino Pagliaro, da Battisti, a Migliorini, a Terracini, a tanti altri. In seguito, mi insegnò a raccogliere racconti, fiabe, leggende ed altri materiali, tutti nella parlata dialettale galatonese, ora depositati nella Discoteca di Stato.
Da qui, in breve, le mie referenze dialettali.  E veniamo a Febbraio, al suo nome, ai   proverbi, alle sue feste ,la Candelora  San  Biagio, San Valentino, l’impazzare del Carnevale.
Il nome FEBRUARIUS deriva  da   FEBRUA che nella Roma antica erano i mezzi della purificazione ( panni di lana per aspergere il sangue delle bestie sacrificali, focacce di fatto portate dal littore nelle case che si dovevano purificare, rametti di alberi con cui i sacerdoti si cingevano il capo).
Così Febbraio era il mese delle purificazioni. Perché nel Calendario di Romolo era l’ultimo dell’anno e per passare all’anno nuovo, che cominciava a Marzo, era necessaria una serie di purificazioni fra cui l’entrata  in comunicazione  con i parenti morti, durante i 9 giorni dei Parentalia.
Fra quei riti c’era la festa celtica della luce che rinasce, una festa che la Chiesa Cattolica assorbì per trasformarla nella Candelora, cioè nella benedizione delle candele che,  si celebra il 2 febbraio, e la cui luce simboleggia il risvegliarsi della natura e delle erbe, ed inoltre la vita che rifiorisce.
E su questa esplosione di luce, di una primavera incipiente, che si annuncia già a Febbraio, che rifeconda tutto il cosmo, è opportuna una digressione poetica, anzi due, però in italiano; se Folgore da San Gimignano augurava spensierate e fortunate partite di caccia seguite da allegri banchetti, <<E di febbraio vi dono bella caccia/ di cervi, cavriuoli e di cinghiari>>, il  grande  poeta romano. Arturo  ONOFRI, ne esaltava la luminosità e l’incipit della stagione bella, un presentimento gaio di primavera azzurra.Leggiamo:
FEBBRAIO
Nell’agonia dei platani, cui sfiora / il risentito soffio del febbraio,/ si disegna una luce, che accalora/ l’inverno a un presentimento gaio / di primavera azzurra,/ che già vola e sussurra .
Tali pensieri,che un rigore acuto/ammutisce entro schemi algidi e cupi ,/fremono già del lampo rattenuto/ che ne farà miracolosi sciupi /di colori e suoni/, sbocciando in visioni./
Ogni vita serrata in se medesima/ verrà dischiusa a una fecondatrice / comicità,
 che le dia morte e cresima ; come dal seme s’amplia la radice,/ch’è fusto, foglia, fiore, /se il seme s’apre e muore.    
  Mentre si rinnova la natura gli animali tornano ad accoppiarsi : TI LA CANDILORA OGNE CEDDHU COA, o anche OGNE CHIADDINA SI RINNOVA, E CI NO SS’ A RINNOVATA, O ETE ECCHIA O  ETE  MALATA.   
Nella società tradizionale, soprattutto quella contadina, la Candelora veniva considerata l’ultima delle feste, dopo le festività a cavallo dell’anno tra Natale e la Befana, per cui si diceva TI PASCA BBIFANIA OGNE FFESTA PIGGHIA IA ( SE NE VA), RISPONDE LA CANDILORA, NCI SO IO NCORA.
 Ma era anche una data importante per le previsioni meteorologiche, indispensabili  per fissare la successione ordinata dei vari lavori agricoli. Ed ecco i  proverbi, frutto di lunghe osservazioni e di esperienze più volte verificate, PROVERBIUM vuol dire infatti PROBATUM VERBUM , cioè parola provata, sperimentata. Il giorno della Candelora, frattanto, faceva sentenziare che l’inverno era più o meno trascorso, TI LA CANDILORA LU IERNU ETE FORA, o MIENZU FORA,  ed anche TI LA CANDILORA O CA NECA O CA CHIOE, TI LU IERNU STAMU FORE , e si aggiungeva, con prudenza e timore, MA SE LI SAI CUNTARE QUARANTA GGIURNI NCORA  A’ FARE.
Comunque, con la  neve o la pioggia, Febbraio era sempre percepito come   termine dell’inverno ed inizio della primavera e dell’estate: FEBBRARU FERBA LI MISI, PORTA LA PRIMAVERA ALLI PAISI ;  O CA VO O CA EGNU CAPU TI STATE SEMPRE MI TEGNU, o anche, CAPU TI STATE E COTA TI IERNU. Mese in cui la pioggia è gradita  perché l’ACQUA TI FREBBARU ENCHIE LU CRANARU, ma è anche dolceamaro  come l’amore del marito, AMORE TI MARITU E MESE TI FREBBARU MIENZU TOCE E MIENZU MARU. Infido come una moglie che fa troppe moine: TI ERBA FREBBAROLA E DDI MUGGHERE FESTAIOLA NO TTI FIDARE.
Nel complesso Febbraio è, più di gennaio, gelido, amaro, dispettoso, guastafeste, inaffidabile, breve ma duro,  il notissimo Febbraio febbraietto corto e maledetto;    che da queste parti è  FREBBARU CURTU E MARU;  foriero molte volte della neve: FIBBRARU FIBBRARULU CU LLA NEE A NCULU, e che può anche distrarsi ed essere sospettosamente mite ed innescare reazioni pericolose nel marzo in arrivo, per cui CI FIBBRARU NO FIBBRARESCIA MARZU MMALEPENZA, ed anche tardivamente vendicativo, fino a supplicare il fratello Marzo all’ultimo momento di prestargli due giorni per poter dichiarare il proprio carattere  FRATE MARZU FRATE MARZU MPRESTAME TO GGIURNI CA FAZZU BBITI A STA ECCHIA CCE NNI FAZZU, CA CI LI GGIURNI MIA LI TINIA TUTTI, FACIA CUAGGHIARE LU MIERU INTRA LLI UTTI.
  Proverbi che assomigliano ad altri tipici del mese, perché ne ripetono il concetto, le esperienze spesso opposte e contraddittorie, come in molta parte dei proverbi che finiscono per annullarsi l’un l’altro.
 Per concludere, anche se debbo tornare all’italiano di un altro grande del Novecento, VINCENZO CARDARELLI, il grande estrusco di Tarquinia, il Febbraio che ci è noto è il solito mese dal carattere impulsivo, dolce e terribile, assolutamente imprevedibile, ma comunque, ripresa e ricominciamento di primavera ed Estate.
 Febbraio è sbarazzino/.Non ha i riposi del grande inverno,/ha le punzecchiature,/i dispetti/ di primavera che nasce/. Dalla bora di Febbraio/requie non aspettare/Questo mese è un ragazzo/fastidioso, irritante/che mette a soqquadro la casa,/rimuove il sangue, annuncia il folle marzo/periglioso e mutante.
Un’ ultima considerazione su  febbraio che si allunga ogni quattro anni,  per cui l’anno è bisestile, un anno anomalo che suscita apprensioni e paure, Anno bisesto, anno funesto,e da queste parti  FIBBRARU TI INTINOE, ANNU TI MALENOE.   
Siccome, come si sa, l’anno accumulava ritardi, vennero adottate correzioni calendariali da Giulio Cesare nel 46 d.C, e da papa Gregorio XIII nel 1500. Il primo con la creazione di un anno di 365 giorni e l’aggiunta di un giorno dopo il 24 febbraio, il quale, siccome cadeva al sesto giorno delle calende di marzo, prese il  nome di bisextus e l’anno bisextilis. Ma il papa, accortosi che il solstizio d’inverno era retrocesso dal 21 all’11 dicembre,  stabilì che fra gli anni secolari fossero bisestili solamente quelli divisibili per quattro, e spostò dal 24 al 29 febbraio il giorno intercalare.
 
postato da: vittzacchino alle ore 19:35 | Permalink |
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